Una tazza di cioccolata fumante poggiata sul tavolino (non ancora vuota per il rischio ustione al palato!).
Un gatto che russa acciambellato in una scatola di cartone sotto il tavolo della cucina, né cesta né cuccia, proprio cartone; con una copertina sul fondo, che a lui piace così.
La neve che scende fitta a fiocchettoni tondi e pieni.
Un divano, un paio di cuscini per la schiena (il divano è stato l'unico pessimo acquisto tra i tanti fatti di corsa due anni fa, tanto che pure il mio micione non se lo fila), un morbidissimo plaid... e me, sotto il plaid.
Così, un pomeriggio di qualche week-end fa, ho visto per la prima volta Dieci inverni, film d'esordio del 2009 di Valerio Mieli (classe 1978).
Io vivrei di tè, è risaputo... ma quando devo affrontare film che hanno come tema principale l'amore, ovviamente se lo so in anticipo, ohi ohi ripiego sempre sulla cioccolata senza pensarci su nemmeno un secondo, molto più appagante e rassicurante, un po' anche come scusa.
Questo film non l'ho visto nemmeno pubblicizzare; probabilmente anche per il cinema vale quanto accade per i libri degli esordienti, ovvero restano nascoste perle che passano abbastanza inosservate. Solo la voglia di scoprire o il caso fortuito le portano alla luce.
Sono contentissima di questa scoperta, in tal senso sono stata fortunata.
Valerio Mieli ha esordito con questo film sia come regista che sceneggiatore, ricevendo diversi riconoscimenti, tra cui il David di Donatello 2010 per il miglior esordio e il Nastro d'argento come miglior opera prima.
Partendo dallo stesso Mieli che ha definito quest'opera come film "anti-colpo di fulmine", che dire di più?
Intanto che non sono sbiancata all'idea che questo film possa rappresentarmi, in quanto giovane donna. Tutte le altre volte che ho sentito un'affermazione simile, ho passato giorni interi a domandarmi se quella fuori dal mondo ero io o proprio loro, i giovani così tratteggiati... che però non mi rappresentavano neanche lontanamente.
Sarà che i due bravissimi attori protagonisti (gavetta teatrale), Isabella Ragonese e Michele Riondino, sono certamente carini, ma sono anche molto semplici, di una bellezza più naturale e semplice e non artificiosa e allora credo sia più facile immedesimarsi e vedersi raccontati da due ragazzi come loro, simili a come sono io e a come sono tanti altri della nostra età.
(precisazione: oggi io sarei rappresentata da loro come 'giovane' quando i due protagonisti arrivano alla fine del film, dove hanno pressoché la mia età attuale, non certo all'inizio dove sono ancora piccini, anche se proprio nel 1999, il primo dei dieci inverni della storia, anch'io mi aggiravo intorno all'età dei protagonisti... bella casualità!)
L'ho percepito come un film molto sincero, non ha chissà che pretese, la narrazione è semplice senza particolari esagerazioni o cliché, se proprio vogliamo una vera e solida storia nemmeno c'è, non ha però la presunzione di voler/poter dare delle risposte. Bello per come il giovane regista porta, attraverso dieci lunghi inverni, i due protagonisti ai trent'anni, passando attraverso quelle che sono le scelte più importanti e sentite, ma a volte anche le più assurde e sciocche.
Ho ritrovato al suo interno temi a me molto cari, come lo scorrere del tempo, il presentarsi delle coincidenze e non notarle, l'importanza di decidere e scegliere, il tema dell'attesa ecc... ho rivisto dei luoghi noti e una Venezia invernale, vista dal vivo a gennaio di quest'anno, quindi proprio in inverno, e a tal proposito va un plauso anche a Marco Onorato per la fotografia, per gli scorci di una Venezia per niente turistica, per gli ampi spazi, per gli angoli della vita quotidiana reale.
Non aspettatevi una pellicola impegnativa, difficile da capire per trama, intrecci, effetti speciali o cose simili. No, nulla di tutto questo. Aspettatevi, invece, 'solo' un'interpretazione secondo me reale, vera.
Piccola curiosità: solo successivamente al film è uscito il libro, che porta sempre lo stesso titolo, introdotto sempre dallo stesso Mieli con questa bella frase di Natalia Ginzburg: “Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti, perché non l'abbiamo riconosciuta”.
Un altro buon motivo per vedere questo film è la presenza di Vinicio Capossela, che nel film appare con una breve esecuzione dal vivo del suo brano Parla piano.
Chiudo con la parte finale della trama (non vorrei svelare troppo), leggibile per intero sul sito ufficiale del film, alcune citazioni simpatiche e l'invito a vederlo, prima che arrivi la primavera però, anche per cogliere il freddo (secondo me per nulla casuale in quanto legato ai sentimenti) che accompagna tutta la storia...
Dieci inverni è una storia d'amore, o meglio il prologo di una storia d'amore. Un prologo lungo dieci anni, raccontato per quadri: ogni inverno è una finestra aperta a curiosare nella vita di due persone che non si perdono mai del tutto e intanto crescono, segnate dal difficile e splendido ingresso nell'età adulta.
Silvestro: Io sono Silvestro.
Camilla: ...Camilla.
Silvestro: Camilla? Bel nome, Camilla!
Camilla: Davvero ti piace?
Silvestro: Beh, no. Dicevo così per dire!
Silvestro: Oh! Hai cambiato pettinatura?
Camilla: No, sono solo molto sporchi.
Camilla: Hai fatto una cazzata e devi chiedermi scusa!
Silvestro: T'ho già chiesto scusa!
Camilla: Ma scusa convinto!
Silvestro: Ok scusa convinto!
Non mi sembra però di aver scritto perché mi è piaciuto tanto, a parte quanto finora già detto.
Perché in amore mi capitano storie simili a questa
caratterizzate dal continuo rincorrersi senza trovarsi mai veramente
con persone che dall'altra parte probabilmente non mi riconoscono
per una sorta di paura di vivere l'amore
per paranoie, perdite di tempo e coincidenze simili, colte solo da una parte o del tutto mancate...
del resto sono storie che hanno per protagonisti dei fili invisibili, che non s'annodano e non si spezzano, ma restano continuamente sospesi nel tempo.
E, infine, mi è piaciuto tanto perché credo alla casualità, alle coincidenze, agli sgambetti del destino... però, bella contraddizione!, anche al fatto che nulla avvenga mai veramente per caso.
Non mi sembra però di aver scritto perché mi è piaciuto tanto, a parte quanto finora già detto.
Perché in amore mi capitano storie simili a questa
caratterizzate dal continuo rincorrersi senza trovarsi mai veramente
con persone che dall'altra parte probabilmente non mi riconoscono
per una sorta di paura di vivere l'amore
per paranoie, perdite di tempo e coincidenze simili, colte solo da una parte o del tutto mancate...
del resto sono storie che hanno per protagonisti dei fili invisibili, che non s'annodano e non si spezzano, ma restano continuamente sospesi nel tempo.
E, infine, mi è piaciuto tanto perché credo alla casualità, alle coincidenze, agli sgambetti del destino... però, bella contraddizione!, anche al fatto che nulla avvenga mai veramente per caso.





