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mercoledì 24 marzo 2010

Forse la primavera...

Mai come quest'anno l'inverno - emotivo e reale - mi è sembrato interminabile, qualcosa d'infinito e di troppo lungo. Non (?) per l'ultima bolletta del metano, o per la neve che s'è vista poco tempo fa, il perché di preciso non lo so nemmeno io... la forte sensazione interiore era quella che sarebbe stato difficile levarsi di dosso quest'ultimo inverno.
Invece capita una mattina qualunque, all'improvviso come del resto lo è anche il corso della vita, capita una mattina che in uno dei vasi che ho sul balcone, dove all'inizio dell'autunno avevo piantato i miei primi bulbi, s'intravede timida e incerta una puntina verde, poi un'altra insieme a una prima fogliolina un po' arricciata ancora per il freddo e un'altra ancora fino a oggi che la primavera richiama prepotente il suo tempo, a discapito di giornate belle o brutte, di sole o di pioggia, di umore nero o allegro, di giornate calme o frenetiche, a discapito proprio di tutto.
Non so se in un certo senso questo scorrere continuo e inarrestabile del tempo sia rassicurante o fastidioso e snervante.
C'è qualcosa che vive e continua al di là di noi, delle nostre emozioni, delle nostre vite e del nostro tempo. Tetra riflessione?
Provvedo a rallegrare i toni con l'esplosione di colore che ho in questi primi giorni di primavera sul balcone di casa mia. E in un certo senso a vivere da soli ci si toglie anche queste soddisfazioni, altrimenti frenate da commenti, pareri e il più delle volte consigli non richiesti sul perché il vaso lo fai così pieno, che qui davanti a casa non lo puoi mettere, che guarda che lì ingombra ecc... ecc...








Quando faccio queste riflessioni mi torna in mente prepotente sempre Baricco col suo Novecento, questo passaggio in particolare che adoro:

A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri.
Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono.
Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'è una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buona notte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave".
Ci rimasi secco.
Fran.

E, visto che come mio solito ho mescolato tutto per benino, ecco una bella poesia di Giuseppe Fanciulli dedicata alla primavera, sperando sia tale in tutti sensi:

La primavera è il tempo degli arrivi. Al torrente è arrivata tanta
acqua nuova dai nevai che si sfanno, e la sua voce canta più alta
tra i ciottoli, parla più tenera tra i salici.

I meli e i peri hanno già ricevuto la fioritura rosea e bianca,
e tremando la innalzano nell'azzurro.

Sotto ogni mazzolino di fiori, fa capolino il cartoccetto delle foglie;
fra poco la buccia si romperà e le foglie si apriranno piccine, tenere,
lustre.

Alla grondaia sono arrivate le rondini e rattoppano i buchi dei vecchi
nidi; volano, svolano, ancora portando intorno un riflesso del gran
mare che hanno attraversato.

Sui, ramoscelli più nuovi della macchia si posano le capinere,
attillate e svelte, attente ad esplorare l'orto.

Dinanzi alla casa tubano le tortore... pensando al nido.
Per tutta la valle scende un vento fresco, e spazza, spolvera,
scioglie gli ultimi nodi dell'inverno; porta nel sole il fumo dei camini,
il suono delle campane, le prime libere canzoni.

Buona primavera!

domenica 14 marzo 2010

Persuasione di Jane Austen

Lo so, lo so… le reazioni al nome di questa scrittrice sono sempre contrastanti. C’è a chi in genere parte involontario uno sbadiglio e a chi s’illumina lo sguardo. Prima di Persuasione direi che appartenevo anch’io alla prima categoria. Certo, di fronte a uno scrittore o scrittrice che sia, è giusto e anche doveroso collocarsi mentalmente nel periodo storico di riferimento, e io cerco sempre di applicare questa metamorfosi, però quei ricevimenti, le pause tè con biscottini che durano pagine e pagine per me sono estenuanti, così come i pettegolezzi vari di classe… (e qui, per queste cose, la mia Luna Gemelli non sembra funzionare molto) pur riconoscendo lo stile e l’eleganza della penna della Austen e una certa maestrìa nel delineare un personaggio, anche uno qualunque. Persuasione non è diverso. E allora vi chiederete perché scriverne una recensione. Perché, più che Ragione e sentimento e Orgoglio e pregiudizio (i suoi due libri più famosi insieme a Emma), quest’ultimo lavoro della Austen, pubblicato postumo dal fratello e composto tra il 1816 e il 1817, riesce a ripagare in pieno dei momenti morti che s’incontrano durante la lettura e delle lunghe pause passate tra chiacchiericci, salotti aristocratici ecc…, con un personaggio femminile - Anne Elliot - discreto e affascinante, delicato e forte allo stesso tempo, ingenuo e smaliziato, riservato e timido, dotato di grande cultura anche in quei momenti in cui sembrerebbe invece un personaggio solo passivo e senza spessore, e sottomesso al tempo in cui vive. Ho deciso di leggere questo libro dopo aver visto La casa sul lago del tempo con Keanu Reeves e Sandra Bullock, dove la protagonista lo citava come suo libro preferito. Trovandomelo davanti in una libreria, mi son detta: eh no!, allora lo devo leggere… sperando di non fuggire, come il solito, dai salotti bene. Non sono fuggita e, tolti i panni dell’epoca ai personaggi, credo che tutti potrebbero tranquillamente far parte del nostro presente… per via della loro complessità, delle loro riflessioni e prese di posizione che portano alla scelta oppure alla non scelta, rendendo quindi il romanzo molto moderno... con una terza persona narrante lei stessa critica nei confronti degli aristocratici e dell’epoca. Un avvertimento è d’obbligo! Trattasi di storia d’amore tra Anne e il Capitano Frederick Wentworth… ma anche di seconde possibilità, di amicizia, di pregiudizi, di scelte, di volontà, di tenacia sentimentale ed emotiva, di solitudine e di rinascita, il tutto inserito nel solito contesto di decoro e compostezza tipico della Austen. Si ha quasi l’impressione di crescere passo passo con Anne Elliot, in quel suo cammino che l’accompagnerà alla vera scelta, svincolandosi quasi dal suo tempo e dalle consuetudini della sua epoca. Ho apprezzato moltissimo questa lettura e forse ne ho ricavato anch’io un insegnamento: quello di non scappare sempre quando, in moltissime altre pagine di autori dell’epoca, si serve il tè con i biscottini aspirando invece a un più moderno tè verde con zucchero di canna e con un muffin al cioccolato! Vado a fare merenda...