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domenica 20 dicembre 2009

All’angolo di una via: un sampietrino

Saverio G. Solo G perché non amerebbe si parlasse di lui, anche se tutti qui parlano di lui: di Saverio il fruttivendolo, di Saverio il parrucchiere, di Saverio il calzolaio, di Saverio lo spogliarellista, addirittura di Saverio il pirata. In ogni caso di Saverio G si tratta, e ciò può bastare per capire che di Saverio G si parla.

Ma questo nuovo Saverio – il rappresentante – suona troppo falso, troppo strano persino a lui… così impacciato di fronte allo specchio, in quel vestito usato e preso in affitto, con i piedi in quelle scarpe con le punte troppo scintillanti.
Più che altro con quelle punte ancora intatte.
Stamani Saverio si ferma più del solito di fronte alla sua immagine e pensa, e pensa che scarpe così non ne ha mai avute.
Sono un regalo di sua nonna Agnese – per la grande occasione – le scarpe del nonno, che ormai erano servite solo per fare bella figura al funerale – quello del nonno appunto – ed era davvero un peccato chiuderle lì dentro con lui, così.
Parole di nonna Agnese.
Ma Saverio non ci pensa alla provenienza delle scarpe, o forse ci pensa fin troppo sentendosi così teso e strozzato dalla cravatta bordeaux che gli ricorda solo la sensazione di un cappio al collo, quella sensazione – ormai sua amica – di ammazza respiro sul nascere.
E, sempre impalato di fronte allo specchio ormai da parecchio tempo, fa le prove per impacchettare bene la sua nuova vita, o almeno quella che da lì a poco potrebbe diventarlo.

– Piacere, mi chiamo Saverio... le posso rubare solo due minuti?

– No, no, no... rubare no. Ho già rubato tanto, pure i minuti no!

E allora ricomincia Saverio, ricomincia ma senza guardarsi più allo specchio.
Effettivamente è stato bravo in tutto, pure a rubare, ma ora deve imparare a mentire… perché neanche lui lo ruberebbe mai un articolo del genere, figuriamoci se lo comprerebbe!

Il nodo della cravatta non ne vuole sapere di stare dritto, mentre Saverio ride pensando all’effetto che potrebbe fare al capo del personale impettito se si togliesse quel laccio; ma quello che invece a sorpresa gli fa più effetto è immaginarsi le espressioni stupite sul viso delle persone che lo conoscono se dovessero incontrarlo vestito in quel modo.
Sì, questo sì che gli fa più effetto.
Gli basta anche solo un pensiero: sua nonna Agnese che si fa il segno della croce simulando uno svenimento e invocando la sua Madonna personale affinché non le porti via il suo unico nipote – perché a casa di nonna Agnese di persone vestite così, vive, non ne sono mai entrate – e finirebbe la sua interminabile preghiera con:

– Ti prego non me lo portare via… in fondo è un bravo ragazzo, solo un po’ scapestrato!

Il nodo più volte accarezzato ha trovato anch’esso il suo posto nel mondo, più o meno comodo.

L’orologio dell’angolo cottura segna le sette e quaranta, quello della sua camera le sette e cinquantacinque.
Da una veloce e approssimativa media matematica Saverio decide che è ora d’incamminarsi, ma non prima di passarsi ancora una volta un dito sulla cicatrice mal cucita che gli decora la guancia sinistra, prendere la sua valigetta di finta pelle vuota, chiudersi alle spalle una porta mal assemblata e cigolante e constatare in un attimo la verità di un detto popolare a cui, fino a quel momento, non aveva mai creduto:

«l'imprevisto è sempre dietro l'angolo!»

Forse perché lui, fino a stamattina, aveva sempre trovato di tutto dietro ad un angolo: cose utili, cose inutili, cose piacevoli e anche spiacevoli, davvero di tutto.
Addirittura Evelina – riconosciuta come sua simile al primo istante per via di quel suo sguardo indebolito e reso opaco dalla vita – l’aveva trovata dietro ad un angolo!
Ma un imprevisto mai.

Infatti quel pomeriggio di tre anni prima se lo ricorda ancora chiaramente: splendeva il sole, appoggiava i suoi raggi sui sampietrini storti delle viuzze del centro e li appoggiava delicatamente anche sui capelli neri di Evelina.
Saverio, invece, appena la vide le poggiò una mano sul capo, giusto per aver modo di farle alzare gli occhi e poterle chiedere come stava, cos’era successo, se insomma c’era qualcosa che non andava… perché non era solito trovare una ragazza in lacrime nascosta dietro l’angolo di una via.
Da subito e per sempre: solo poche parole tra loro, anche quando non bastò più la mano e il tocco di Saverio per farle alzare di nuovo il capo.
Evelina: come ciò che nella vita di un uomo non potrà più ricapitare. Oppure potrà anche ricapitare ancora, ma sarà solo una brutta copia dell’originale… di lei che quando ha avuto la possibilità di vivere veramente, ha avuto poi paura di amare.

Ora però, ricordi a parte e mantenendo la calma, deve assolutamente risolvere in breve tempo questo imprevisto.
Si guarda un pò in giro.
Gira su se stesso.
Riprende a voltarsi fino a fermarsi di fronte alla porta chiusa del suo rifugio… che appartamento non si può certo definire, ma neanche monolocale.
Appoggia la valigetta in terra per tentare d’infilarsi in tasca sia l’imprevisto in questione che la paura che ha di rovinarsi il vestito, e poi si abbandona a una sensazione profonda di sconforto che lo invade quando la tasca del pantalone accenna a un crollo strutturale.

L’imprevisto lì non ci sta.

Occhio fulmineo che si posa sulla valigetta vuota, che dopotutto è completamente vuota e se già non ha senso vedere in giro Saverio G con una valigetta in mano e vestito in quel modo, ancora di più non lo avrebbe con una valigetta realmente vuota.

L’imprevisto è stato sistemato.

Un lungo percorso a piedi si svolge tra quelli che sembrano i saltelli di uno scolaretto contento – con tanto di movimenti aerei della valigetta – e passi da uomo da affari alternati ancora a salti per evitare grate e tombini – di cui Saverio ha il terrore – per poi riprendere la camminata controllata da manico di scopa incravattato.
Arriva in anticipo al luogo dell’appuntamento, al bar “da Camillo”.
All’ingresso il suo buongiorno si perde nella vastità di suoni e parole che s’intrecciano e si confondono, qualche sguardo ancora assonnato si posa per un attimo su di lui ma subito dopo torna a posarsi sul contenuto della tazzina o sul noioso interlocutore di una mattina ancora assopita.
Una rapida sistemata alla cravatta e Saverio si dirige con passo sicuro verso il responsabile del personale che nel suo giro visivo ha subito individuato, non è stato per niente difficile dopo le indicazioni ricevute: uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, giacca e cravatta sì, lo trova al bancone…dietro al bancone. Sì, ha capito bene… proprio dietro al bancone, perché è lui il proprietario del locale che ha affidato però in gestione ai figli.

– Buongiorno, il Signor (no capo del personale no)… Camillo Veron…

– Oh buongiorno! Via… mi chiami semplicemente Camillo, lei dev’essere Saverio giusto?

– Giusto…

– Prendiamo un caffè? Così intanto le presento il progetto e facciamo due chiacchiere…

Occupano un tavolino della sala interna del locale.
Saverio composto e ordinato sulla sedia, con la sua tazzina di caffè ben in vista e quell’ingombrante valigetta finalmente ai piedi, con il respiro praticamente inesistente e l’eco continuo e lontano dei battiti accelerati di un cuore che non gli sembra neanche il suo.

– Allora, Saverio Gxxxxxx… qualcuno le ha già illustrato il nostro progetto?

In lontananza una voce:

– Signor Gxxxxxx? Si sente bene?

– Scusi, come mi ha chiamato?

– Signor Gxxxxxx, Saverio Gxxxxxx, come sulla sua scheda… aspetti che la prendo un attimo eh, solo un secondo.
Sì, Saverio Gxxxxxx…
Ma dove va? Si sente bene?
Signor Gxxxxxx!

L’aria fresca del mattino gli fa recuperare un respiro mancato, levarsi poi la cravatta e sbottonarsi i primi bottoni della camicia gliene fa recuperare ancora un altro.

Una segretaria distratta che sbaglia un numero di telefono, nonna Agnese – ricevente della telefonata – che un nipote di nome Saverio che ha bisogno di un lavoro serio effettivamente ce l’ha, insieme poi all’età e a un udito non più eccellente che contribuiscono anch’essi alla nascita di un banalissimo errore di persona.

Camminata alla Saverio G nelle vie del centro.
Un sassolino, centrato e colpito di proposito, fa saltare la vernice sulla punta della scarpa di un uomo che procede a testa bassa, con le mani e una cravatta bordeaux nelle tasche dei pantaloni e una giacca mal piegata sotto il braccio.
Ha l’aria di un uomo stanco, di qualcuno appena uscito all’aria aperta dopo una giornata di duro lavoro, ma questo non è il suo caso.
Quindi potrebbe avere la tipica espressione di un uomo che il lavoro l’ha appena perso, ma com’è poi l’espressione tipica di chi perde il posto di lavoro?
Può darsi abbia allora solo lo sguardo di Saverio G, intento a seguire una linea retta immaginaria e con la sola preoccupazione di evitare passeggiatori solitari o branchi di turisti eccitati, che lo costringono a scendere e poi risalire ripetutamente sul marciapiede sempre più affollato.

Restano sempre oscure le ragioni che portano Saverio ogni giorno all’angolo di quella via, la stessa dove tre anni prima posò il suo sguardo su quella ragazza tremante in lacrime, come se per la prima volta lo avesse posato sulla vita, su quella vita che smise in quel momento di cibarsi ingorda di lui.

All’angolo di una via.
Un uomo a testa bassa, con le mani e una cravatta bordeaux nelle tasche dei pantaloni e una giacca mal piegata sotto il braccio, dondolante su gambe che seguono il ritmo di una melodia silenziosa.
Ha lo sguardo fisso su qualcosa, forse su quella stessa vita che ha ripreso a cibarsi avidamente di lui, così come ha fatto con Evelina

********************************

Qui tutti conoscono Saverio G come l’uomo che gira con in tasca un sampietrino, secondo molti per portare sempre con sé un pezzo di quella via e tutto il suo significato, secondo altri per essere facilitato nella rottura di una finestra nel caso si dimentichi ancora da qualche parte – come ha fatto l’ultima volta dimenticandosi al bar la valigetta – il catenaccio del suo rifugio.

Qui tutti conoscono Saverio G, ma se non si è sicuri si tratti proprio di lui allora basterà chiedergli come sta, sì esattamente così… un semplice: come stai Saverio?
E lui risponderà sempre allo stesso modo:
qui non succede nulla, e dell’amore si sono perse le tracce…

domenica 8 novembre 2009

Una foto mai scattata...

M’incantano i lacci.
È per questo motivo che, proprio oggi, ho una maglia color del cielo piena di laccetti che si attorcigliano tra loro, come i miei rivoltosi capelli…
I lacci racchiudono, stringono, definiscono contorni appena tracciati… i lacci sono (come) legami.
Non capita a tutti di sedersi sopra una panchina a Villa Borghese. Capita a molti, certo… ma non a tutti.
A me capita oggi.
Mentre realizzo ciò, si stacca e prende a volteggiare in aria il fiore violetto di una pianta di capperi.
Non ci sono piante di capperi a Villa Borghese? Può darsi… eppure mi piacerebbe ce ne fosse almeno una.
E proprio ora – mentre socchiude gli occhi per via del sole – vorrei abbracciarla, quella ragazza che sono in questo momento.
Forse per regalarle il conforto che lo sguardo di chi le è seduto accanto le nega, e per aiutarla a custodire questo prezioso frammento in un ricordo.
Scende velocemente, più di corsa e sbadata del solito, la sera.
Mescolandosi con la sua stessa ombra riflessa sull’erba,
lo vedo allontanarsi.
Con lo zaino in spalla
e una mano che leggera s’alza,
a fatica,
un passo stanco segue l’altro.

domenica 11 ottobre 2009

A testa in giù!

Piove.
In piedi.
Mani e pensieri nelle tasche posteriori dei jeans, che sono più comodo.
Occhi che guardano fuori, attraverso una finestra gocciolante, piovere.

Vorrei rimettermi ogni tanto a testa in giù, e ritornare ad essere comodo.
Infilarmi a letto e riuscire a dormire ancora in ginocchio, con la faccia affondata nel cuscino. E dormire bene, senza pensare né al passato – che cos’era? – né al presente – che cos’è? – né al futuro – che sarà? – e senza aver paura di soffocare.
Vorrei passare ore in piedi su una piccola sedia di plastica blu. Di quelle che se le tiri contro un muro… non si rompe la sedia, e non si rompe il muro. Si macchia solo un po’, il muro… ma quanto sarebbe bello vedere ancora quelle strisce appena appena accennate su quel bianco adulto, preciso e trattenuto!
Quanto mi piacerebbe, in piedi su quella sedia blu, seguire col mio dito una goccia, nella sua disperata corsa, pioggia… solo pioggia che bagnava, e non capivo come.
Ma era puro stupore vedere l’acqua scendere da chissà che posto, e finire in terra – così! – senza senso e senza motivo.
Scivolava un mio piede e cadevo sbadato dalla sedia, e piangevo… e allora credevo nascesse da lì la pioggia, una mia lacrima era pur sempre uguale a una qualsiasi goccia su quel vetro, no?
«Diamo un bacino e tutto passa!», e perché passava davvero?
E, invece, ora che so che le lacrime sono diverse – facilmente confondibili, ma diverse – dalle gocce di pioggia, perché non passa più?
E non torna neanche lo stupore…
Era troppo facile convincermi allora, quand’ero piccolo… oppure è troppo difficile adesso, che sono un uomo?

Piove.
Un borsone ancora aperto
sulla parete solo un raggio colorato della sua tela
non di quello che contiene.

Vorrei non dover più trovare per forza una spiegazione a tutto, vorrei tornare indietro per perdermi contento in un riflesso di qualcosa che non capivo, ancora.
Non era come adesso.
Ora che tutto ha un nome, ora che ogni oggetto è classificato sia per la sua funzione che per altro, allora era tutto da scoprire, e ora?
«Lele, cos’hai mangiato oggi? »
«Pi!», la mia risposta fino ai due anni e mezzo a quella che era diventata un tormento di domanda… perché facevo ridere, perché era impossibile che, per quanto mi piacesse (cosa?), io mangiassi in continuazione sempre Pi; colazione, pranzo, cena, biberon finale pieno di latte, che allora (non) era Pi.

Piove.
Mani e pensieri nelle tasche anteriori dei jeans,
con le mani tenute a lungo nelle tasche dietro
mi sento attraversare da un esercito di formiche.

Ormai so già che cosa sono, le formiche… non posso più metterne in bocca una per scoprire qualcosa in più.
Non funzionerebbe.
Se sono diventato un uomo è sicuramente grazie a qualcuno, a molti.
Se voglio ritornare bambino, devo per forza impegnarmi da solo.
Chiudo il borsone e mi metto le scarpe da ginnastica, senza lacci… che si cammina bene lo stesso, anche non allacciandole, perché potrei anche non saperle allacciare.
E, allora, che farei?
Non camminerei più?
Un giro veloce con la chiave che poi m’infilo nella tasca posteriore, che tanto a un pezzo di ferro non arrivano le formiche a far cambiare posizione, più che altro non darebbero fastidio.
Mi fermo un attimo davanti alla finestra e con un dito assorbo piccole gocce d’acqua sul vetro, quello che non potevo fare restando all’interno.
Due linee verticali, e due orizzontali… senza neanche pensarci, mi ritrovo a giocare sui vetri bagnati di pioggia a tris, da solo… parto dalla casella in alto a sinistra con una X, blocco subito la prima mossa in orizzontale con una O, vado avanti finché, arrivato alla fine, scopro che non ha vinto lo stesso nessuno – meglio così! – e che continuo a considerarlo un gioco senza senso.
Sempre con il borsone in spalla prendo a scendere le scale di corsa, che tanto le stringhe non si possono slacciare, e io non posso cadere.
Parto e lascio tutto, alla ricerca di un po’ di stupore. No… non è semplice stupirsi, non lo è più.
Io per stupore intendo quello che nasce ancora dai bambini, quello che parte prima dai loro occhi e poi, se una cosa è bella, si dilata in un sorriso… se una cosa è brutta, beh! Termina in lacrime.
Ma sempre stupore è.
Me ne vado solo un po’ in giro, ho bisogno di fare qualche prova, giusto per vedere se faccio ancora in tempo, visto che ho una trentina d’anni (sì, più o meno… un anno in più o in meno che cambia?) a tornare un po’ bambino, magari riuscirò ancora a stupirmi per qualcosa, e la pioggia mi farà ancora effetto.
Ma è difficile.
Perché quand’ero piccolo guardavo il mondo a testa in giù.
In piedi, mani in terra, e me ne stavo lì... a testa in giù.
E tutto era più bello.

martedì 7 luglio 2009

Notte buia e sincera

Sono già uno dell'altra.
Ma questo amore veloce

dovrò renderlo arduo,
perché una vittoria

troppo facile non svilisca il valore della conquista.
da "La tempesta" di William Shakespeare


Mi dimentico sempre di chiudere bene la finestra, ma forse lo faccio proprio apposta, per essere svegliato dalla tenda che si gonfia e sgonfia, molestata da questa leggera e fresca brezza.

Notte fonda, sì.

La tenda continua a sfiorarmi e solleticarmi il braccio destro, disteso e abbandonato al di fuori del letto.
È notte fonda, e io mi alzo… perché la notte è più sincera del giorno.
Mi alzo e, mentre con una mano mi strofino gli occhi, con l’altra raccolgo la felpa blu che ho abbandonato sul tappeto, solo qualche ora fa. Mi piacerebbe, ma non posso ancora uscire fuori così come mi trovo, con il pantalone del pigiama e una maglietta bianca a mezza manica. Non avvertirei solo questa delicata brezza, ma freddo, freddo pungente… e non voglio rovinare questa notte stellata.

Raggiungo in terrazzo la sedia a dondolo. Per me, l’immagine ideale di chi è intento a fuggire dai propri pensieri, è sempre quella di una persona con una sigaretta appena accesa tra le dita e una bottiglietta di birra nell’altra mano.
Peccato! Io non fumo, e ho abusato di birra durante la serata appena trascorsa.
Così… non ho nessuna sigaretta tra le dite, e ho solo un semplice bicchiere di latte in mano.
Dondolando è ancora più bello perdersi in cielo, le stelle vanno e vengono, sembrano moltiplicarsi dondolio dopo dondolio, le vedo in cielo e anche nell’acqua del fiume che scorre portandosele via velocemente.

Lo sapevo che anche stanotte sarebbero arrivati… da qualche notte a questa parte arrivano sempre.
Mi fermo a fissarli, come sempre, mentre mi perdo in un lungo sorso di latte, bianco come il leggero vestito di lei.
Appoggio i piedi sulla sedia a dondolo, ogni volta mi diverto all’idea di trovarmi all’improvviso a testa in giù, ribaltato magari da una spinta meno regolare e un po’ più avventata… ma è tutta un’altra emozione non avere i piedi ben saldi in terra, e continuare a dondolare mentre vengo colpito da piccoli riflessi puri e luccicanti.
E quei due sono sempre lì, neanche questo dolce oscillare li fa andare via.
Quel ponte dev’essere il loro posto d’incontro… lei in una metà e lui nell’altra, come a delimitare da una parte qualcosa che è giusto, e dall’altra qualcosa che è sbagliato.
Ma ognuno supera la metà dell’altro, in questo incontro notturno, sorretti solo da un ponte sospeso di assi ordinate e scricchiolanti.
Un ondulato vento muove il vestito bianco di lei e, dispettosamente, cerca di oscurare la sua vista coprendo i suoi occhi con ciocche di capelli castani.

Spero non accada anche stanotte, mentre se ne stanno lì sul ponte, con le bocche divise solo da un soffio di respiro, ma già troppo lontane.

Invece, tutto si ripete, è un attimo… e un fiume pulsante di rosso prende a macchiare intensamente la felpa di lui, all’altezza del cuore.
Il momento di panico iniziale svanisce, per me e per lei, quando la giovane donna si accorge che nessun segno di disagio o dolore compare sul viso di lui. Scorre veloce quel fiume, e lei cerca, un po’ spaventata, di tamponare e chiudere quell’invisibile ferita, con le mani.
Non ci riesce, così sovrappone una mano all’altra, per premere di più… ma tutto quel sangue prende a scorrerle tra le dita, arrivando anche a macchiare la parte finale del suo vestito bianco.
Le assi del ponte si sporcano anch’esse. Una goccia resta per un po’ lì sospesa, finché non diventa troppo pesante e si getta nel fiume limpido, per lasciare il posto alla goccia successiva, e chissà a quante altre.
Ma sotto non si vede niente, e non perché sia buio, solo perché qualche goccia rossa non ha la forza di sporcare quel fiume limpido e veloce.
Mani nelle mani, mentre di rosso tutto si colora, così, si allontanano anche stanotte.
Le loro mani sono proprio le ultime a lasciarsi, lui è sempre il primo a voltarsi e ad andarsene, sporcando il suo percorso, passo dopo passo.
Lei resta lì, con gli occhi che vedono il capo chino di lui… che se ne va, con le mani in tasca, come se niente fosse… e come se la sua felpa improvvisamente non fosse più zuppa di rosso.

Questa notte, come le altre.

Finisco di bere il latte, tanto dopo poco solitamente se ne va anche lei.
Invece di rinfrescarmi e addolcirmi la gola, quel liquido mi va di traverso quando lei, invece che andarsene, si volta verso di me, appoggiando le mani sporche sulla scura ringhiera del ponticello di legno.
Rimetto i piedi in terra, ma non serve a far sparire quella figura bianca… mi alzo e raggiungo la ringhiera del mio terrazzo, di fronte a lei, e di fronte a quello che vorrei.

È notte fonda, ora più di prima.

Il vento sembra partecipare anche al nostro incontro, accarezzandole quel debole sorriso.
“Buonanotte…” trascina con sé il vento.
Quella bianca figura si distacca lentamente dalla ringhiera, e con lo stesso passo lento ma deciso, seppur nudo, con cui è arrivata… se ne va.
Scenderà in riva al fiume a lavarsi le mani, è quello che penso io.
Ma lei non lo fa, e se ne va con le mani sporche di sangue, strette e inermi lungo il corpo, e a piedi nudi.

Raccolgo da terra il bicchiere vuoto, prima di scaraventarlo involontariamente da qualche parte, soprattutto prima d’infrangerlo in piccoli riflessi.
Rientro in camera e mi sfilo la felpa per rimettermi a letto, che tanto, ormai, a quest’ora la notte non è più poi così sincera.
Non mi stupisco di trovare sulla maglietta bianca una macchia rossa, all’altezza del cuore… non mi stupisco.
La metto da lavare, la butto, o la lascio così?
Lei se n’è andata con le mani sporche… non ha voluto lavare via niente.
Cigola la sedia a dondolo, in questa notte buia e sincera…

Amore non è amore se muta quando scopre
un mutamento o tende a svanire quando l'altro
s'allontana. Oh no!
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio;
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.
da "Sonetti" di William Shakespeare

lunedì 13 aprile 2009

Attimi sospesi...

Tutti i giorni la stessa strada, la via dissestata che ho imparato a riconoscere, di cui ho memorizzato la posizione di ogni buco, di ogni avvallamento.

Oggi mi tocca percorrerne un tratto nel verso contrario: strada chiusa, lavori in corso. Così dice il cartello con il famoso omino curvo, sempre impegnato nella consueta occupazione. Brutta vita la sua!, visto che è già buio.
Devo tornare indietro di un bel pezzo.
Sensazione stranissima muoversi su una strada nel verso contrario rispetto al solito, il solito a cui si è abituati.
Ci si sente persi, mi sento persa… stupidamente persa.

Eppure, oltre una ringhiera e sotto una piccola lanterna, anche stasera, il cucciolo di golden retriever ha il muso appoggiato sul terzo scalino della solita entrata, la coda in continuo ed eccitato movimento e lo sguardo perso in adorazione… per quella ciotola che tarda ad arrivare; ma, a guardarlo da una prospettiva diversa, un po’ al contrario, non mi fa sorridere come sempre.
Anche quel povero gatto, povero non per sua natura… è un bellissimo gatto bianco, di quelli signorili e fieri, però mi sa che fiero lo è un po’ di meno, e povero un po’ di più da quando al suo collo, così… improvvisamente, è apparso un collarino arancio fluorescente, balza troppo all’occhio… e solo quello.
Ad ogni modo, anche lui è sempre nella stessa posizione, in attesa di una ciotola… più piccola.

Difficile vedere tutto questo in auto, in corsa, e con i pensieri a mille?
Vero!
Ma basta un’immagine, qualcosa racchiuso in una scena, anche solo un flash, uno sguardo rubato… e il resto va e prende vita da solo.
Svolto a destra o a sinistra? Possibile avvertire un tale smarrimento? Destra. Ovvio che sia destra… se di solito è sinistra.
Sembra di essere in viaggio, e lo vivo con molta esaltazione… anche se si tratta di un semplice rientro a casa, dopo una giornata di lavoro.
Ma è la prospettiva che cambia, visto che percorro la strada, sì l’ho già detto, al contrario!

Mai vista quella casa. Possibile? Eh sì! Di solito è alle mie spalle. C’è solo una finestra illuminata, al primo piano. È più immediato visualizzare la scena e il contenuto di quella finestra, che descrivere quello che vedo.
Per fermare l’immagine mi basta un secondo, anche meno… un uomo appoggiato a un tavolo, maglione arancione (quest’anno deve andare proprio di moda!, tra “umani”… e “più umani”), mani impegnate in qualche attività… sembra una cucina, sì… starà tagliuzzando qualcosa, e parole che riempiono il contenuto rimanente della stanza.
Alle sue spalle una donna, in piedi… non sembra semplicemente osservare, anzi… non le importa niente della cipolla, sì… potrebbe essere cipolla. Ma anche dalla sua bocca escono parole.
Ha le braccia conserte, e lei ha un maglione blu appena sopra la vita, una striscia scoperta di pelle e poi, sui fianchi, la fine dei jeans, decorata con una cinturina con la chiusura a forma di stella. Sono giovani, la mia età più o meno, sensazione.
Non so se per il blu, per l’arancione… o per la stella.
Le parole? Qui è più difficile… ma quelle della ragazza escono e affossano quelle di lui.
“Ho bisogno di non aver paura di perderti per riuscire ad amarti, come vorrei.”, qualcosa del genere.
La loro immagine mi accompagna per un altro tratto; subito dopo passo accanto ad altre case, altre finestre, altra luce, altre ombre, figure abbozzate o perfette, immagini… e i miei pensieri si avvicinano, si allontanano e da qualche parte si fermano.
Piume, soffici, impalpabili piume, ecco i miei pensieri… e quelli di tutti. Anche una leggera brezza riesce a spostarli, li porta altrove, li accompagna all’interno di altre scene, famiglie, situazioni.
Schivano parole, ma alla fine su qualcosa si poseranno.

Sono arrivata anch’io a casa, dieci minuti più tardi per colpa di quella deviazione, di quel tratto percorso… sì, sempre al contrario.
Sposto la pianta dal davanzale e guardo fuori; a vedermi dalla strada dev’essere una bella scena… una finestra poco illuminata tra due lampioni, un viso curioso e uno sguardo svuotato dal mondo, e una mano che prima scosta e poi tiene di lato una tendina arruffata.
Non ci avevo mai fatto caso prima, anche la mia finestra si affaccia su una strada trafficata e, appena venti metri a sinistra, c’è pure un semaforo… pensieri facilitati a entrare e trattenersi quanto vogliono, quando c’è la fila per il rosso.
Infatti, due occhi neri si soffermano, capisco che sono neri perché non li vedo… se non quando un luccichio prova a illuminarli, e allora una scintilla ne traccia il percorso,
che arriva a me.
Due occhi scuri che illuminano un viso, possibile anche questo… ma non è per l’immagine che vedono,
ma per quello che pensano.
Difficile indovinare i miei pensieri, o troppo semplice… perché ho solo voglia di una doccia, di acqua simile a queste lacrime, che le aiuti a scivolare via,
velocemente.
E
magari
domani ci sarà un pensiero
simile a quello della ragazza con il maglione blu…
oltre una finestra
tra due lampioni
un viso bagnato e una mano che scosta una tendina arruffata…
domani
forse
due occhi neri lo troveranno
quel pensiero.

domenica 29 marzo 2009

La farfalla e il salice piangente

Scappa.
Corri.
Corri!
Non voltarti indietro.
Maiii!

Non farlo, non ancora.
Corri nel buio.
È buio fuori.
Lo è di più dentro.

Non è giusto così.
Non dev’essere così.
Da cosa scappi?
Solo ed esclusivamente da te stesso, da quel te stesso di qualche tempo fa, ed è giusto?
Pensaci un attimo.
Fermati, e pensaci un attimo.

Ora voltati.
Lentamente, molto lentamente perché potresti spaventarti.
Sì, questo lo so!
È sempre buio, guarda.
Guardalo con il cuore sorridente e non ti farà più del male.
L’hai creato tu, oppure ti è stato disegnato addosso?
Ormai non importa molto sai?, ti sta sempre dietro.
Non lo riconosci?

Scappa.
Corri.
Corri!
Non voltarti indietro.
I tuoi passi scricchiolano, affondano pesanti nel terreno.

Attento!
Sta per raggiungerti, svelto!
Corri di più, più forte.
Annaspi, cadi e ti rialzi e lui è sempre lì.
Non lo vedi che è sempre lì?

Fruscii tra i sentieri della mente e del cuore, fruscii tra i sentimenti calpestati, tra i mille amori rubati, tra i volti a forza dimenticati… ma non strappati.

Cammina lentamente, non voltarti ancora.
Procedi senza rivolgerti indietro, guarda quella farfalla!
Mentre correvi spaventato l’hai quasi schiacciata, con il peso del tuo respiro e dei tuoi pensieri.
Eppure ha i colori che piacciono a te… il giallo e il blu, mischiati sapientemente.

Ora girati piano.
Appoggiati a quel fusto, fatti circondare dalla chioma di quel salice piangente.
Ti ricade addosso ma non ti farà male, lui no.
Fidati!
Prima non ti sei neanche accorto di averlo pericolosamente sfiorato.
Guardalo, non distogliere lo sguardo.

È il tuo passato… ti insegue disperato, perché lo sfuggi?
Vuole far parte di te, fa già parte di te.
È inutile farlo soffrire inutilmente.
Fagli spazio, fallo appoggiare all’albero sofferente.
Non vuole altro.

Il suo respiro si placa, ti ha raggiunto, ti fa così male averlo accanto?
Perché non riesci a guardarlo?
Tendigli allora la tua mano, non la rifiuterà.
È quello che ha da sempre sognato… perché non ce la fai?
Che colpa ne ha lui?
È quello che hai creato oppure che il mondo intorno a te ha creato, ma che colpa ne ha lui?

Guarda.
Si è calmato.
Non ce la fai ancora a perderti nei suoi occhi?
Ti capisco, sai?
Tienigli solo la mano.
Va bene, come vuoi!
Lascialo pure dietro di te.
Guarda avanti, va bene.
Così va bene.
Se non vuoi, non guardarlo… ma non lasciargli la mano.

Continuando solo a correre ti saresti perso la farfalla con i colori che più ti piacciono ed anche il salice piangente.
Te lo ricordi o no che è il tuo albero preferito?
Lascialo indietro, va bene.
Non si offende di certo!
Lui ti capisce, ma non lasciargli la mano.

Se sei riuscito a vedere la farfalla con i colori che più ti piacciono ed anche il salice piangente, è anche grazie a lui sai?

Non lasciargli la mano e, quando ci riuscirai, fai combaciare la sua figura alla tua anima… lo farai felice.

Non lasciargli la mano.



(e direi che possiamo ascoltarci anche questa canzone di Marco Conidi, un cantautore romano secondo me sottovalutato... questa canzone in particolare l'ascoltavo e riascoltavo da ragazzina!)

giovedì 19 marzo 2009

Il pittore

Da grande vorrei dipingere.
Vorrei diventare un pittore, ma di quelli veri eh!
Come?
Chi è un pittore vero?
Beh… chi riesce a portare il cielo quando è rosa, azzurro e grigio allo stesso tempo, su una tela… e chi lo guarda si aspetta che da un momento all’altro ne venga fuori un bell’arcobaleno.
Ma sempre lì.
Sulla tela.
No, guarda che non è semplice, scherzi?
Se piove sempre, se il cielo è tutti i giorni scuro, se vedi tutte quelle goccioline d’acqua che fanno a gara scivolando sui vetri e poi io, invece, ti faccio vedere anche solo un raggio di sole, mica è facile!
Perché proprio il pittore?
Ma come mamma!
Te l’ho appena detto.
Potrei mettere il sole dove voglio, sempre… capisci?
Tu non piangeresti più.
Da grande volevo dipingere.
Volevo diventare un pittore, ma di quelli veri eh!
Come?
Chi è un pittore vero?
Io.
Sono riuscito a far spuntare un flebile bagliore nelle tenebre, sono riuscito ad asciugare quelle odiose gocce d’acqua che correvano sempre sui vetri.
Che tanto non avrebbero mai avuto un vincitore.
Qui, seduto in questa piazza, vedo passare il mondo. Tutti i giorni.
Senza aver bisogno di viaggiare.
Mi passa il mondo accanto e si porta via un pezzetto di me, viaggio senza averne la possibilità.
Se sono un pittore?
Certo che sì!
Dipingo sempre, giorno e notte… molte volte senza tela e senza pennelli, cambio semplicemente i colori alla mia vita, quando posso.
Sfortuna?
Ma che sfortuna e sfortuna!
Un cielo così neanche i pittori veri riuscirebbero a dipingerlo mai.
Perché?
Eh… ma si è visto mai un pittore, sdraiato in terra, di notte, freddo o caldo non ha importanza, intento a dipingere un cielo stellato?
Esattamente come questo, sì.
Se fa freddo?
Beh sì, ma è un attimo far spuntare il sole.
E poi domani riprende il viaggio, seduto in quella piazza.
Domani.
Non so.
Forse.
Sì, io dipingo.