Saverio G. Solo G perché non amerebbe si parlasse di lui, anche se tutti qui parlano di lui: di Saverio il fruttivendolo, di Saverio il parrucchiere, di Saverio il calzolaio, di Saverio lo spogliarellista, addirittura di Saverio il pirata. In ogni caso di Saverio G si tratta, e ciò può bastare per capire che di Saverio G si parla.
Ma questo nuovo Saverio – il rappresentante – suona troppo falso, troppo strano persino a lui… così impacciato di fronte allo specchio, in quel vestito usato e preso in affitto, con i piedi in quelle scarpe con le punte troppo scintillanti.
Più che altro con quelle punte ancora intatte.
Stamani Saverio si ferma più del solito di fronte alla sua immagine e pensa, e pensa che scarpe così non ne ha mai avute.
Sono un regalo di sua nonna Agnese – per la grande occasione – le scarpe del nonno, che ormai erano servite solo per fare bella figura al funerale – quello del nonno appunto – ed era davvero un peccato chiuderle lì dentro con lui, così.
Parole di nonna Agnese.
Ma Saverio non ci pensa alla provenienza delle scarpe, o forse ci pensa fin troppo sentendosi così teso e strozzato dalla cravatta bordeaux che gli ricorda solo la sensazione di un cappio al collo, quella sensazione – ormai sua amica – di ammazza respiro sul nascere.
E, sempre impalato di fronte allo specchio ormai da parecchio tempo, fa le prove per impacchettare bene la sua nuova vita, o almeno quella che da lì a poco potrebbe diventarlo.
– Piacere, mi chiamo Saverio... le posso rubare solo due minuti?
– No, no, no... rubare no. Ho già rubato tanto, pure i minuti no!
E allora ricomincia Saverio, ricomincia ma senza guardarsi più allo specchio.
Effettivamente è stato bravo in tutto, pure a rubare, ma ora deve imparare a mentire… perché neanche lui lo ruberebbe mai un articolo del genere, figuriamoci se lo comprerebbe!
Il nodo della cravatta non ne vuole sapere di stare dritto, mentre Saverio ride pensando all’effetto che potrebbe fare al capo del personale impettito se si togliesse quel laccio; ma quello che invece a sorpresa gli fa più effetto è immaginarsi le espressioni stupite sul viso delle persone che lo conoscono se dovessero incontrarlo vestito in quel modo.
Sì, questo sì che gli fa più effetto.
Gli basta anche solo un pensiero: sua nonna Agnese che si fa il segno della croce simulando uno svenimento e invocando la sua Madonna personale affinché non le porti via il suo unico nipote – perché a casa di nonna Agnese di persone vestite così, vive, non ne sono mai entrate – e finirebbe la sua interminabile preghiera con:
– Ti prego non me lo portare via… in fondo è un bravo ragazzo, solo un po’ scapestrato!
Il nodo più volte accarezzato ha trovato anch’esso il suo posto nel mondo, più o meno comodo.
L’orologio dell’angolo cottura segna le sette e quaranta, quello della sua camera le sette e cinquantacinque.
Da una veloce e approssimativa media matematica Saverio decide che è ora d’incamminarsi, ma non prima di passarsi ancora una volta un dito sulla cicatrice mal cucita che gli decora la guancia sinistra, prendere la sua valigetta di finta pelle vuota, chiudersi alle spalle una porta mal assemblata e cigolante e constatare in un attimo la verità di un detto popolare a cui, fino a quel momento, non aveva mai creduto:
«l'imprevisto è sempre dietro l'angolo!»
Forse perché lui, fino a stamattina, aveva sempre trovato di tutto dietro ad un angolo: cose utili, cose inutili, cose piacevoli e anche spiacevoli, davvero di tutto.
Addirittura Evelina – riconosciuta come sua simile al primo istante per via di quel suo sguardo indebolito e reso opaco dalla vita – l’aveva trovata dietro ad un angolo!
Ma un imprevisto mai.
Infatti quel pomeriggio di tre anni prima se lo ricorda ancora chiaramente: splendeva il sole, appoggiava i suoi raggi sui sampietrini storti delle viuzze del centro e li appoggiava delicatamente anche sui capelli neri di Evelina.
Saverio, invece, appena la vide le poggiò una mano sul capo, giusto per aver modo di farle alzare gli occhi e poterle chiedere come stava, cos’era successo, se insomma c’era qualcosa che non andava… perché non era solito trovare una ragazza in lacrime nascosta dietro l’angolo di una via.
Da subito e per sempre: solo poche parole tra loro, anche quando non bastò più la mano e il tocco di Saverio per farle alzare di nuovo il capo.
Evelina: come ciò che nella vita di un uomo non potrà più ricapitare. Oppure potrà anche ricapitare ancora, ma sarà solo una brutta copia dell’originale… di lei che quando ha avuto la possibilità di vivere veramente, ha avuto poi paura di amare.
Ora però, ricordi a parte e mantenendo la calma, deve assolutamente risolvere in breve tempo questo imprevisto.
Si guarda un pò in giro.
Gira su se stesso.
Riprende a voltarsi fino a fermarsi di fronte alla porta chiusa del suo rifugio… che appartamento non si può certo definire, ma neanche monolocale.
Appoggia la valigetta in terra per tentare d’infilarsi in tasca sia l’imprevisto in questione che la paura che ha di rovinarsi il vestito, e poi si abbandona a una sensazione profonda di sconforto che lo invade quando la tasca del pantalone accenna a un crollo strutturale.
L’imprevisto lì non ci sta.
Occhio fulmineo che si posa sulla valigetta vuota, che dopotutto è completamente vuota e se già non ha senso vedere in giro Saverio G con una valigetta in mano e vestito in quel modo, ancora di più non lo avrebbe con una valigetta realmente vuota.
L’imprevisto è stato sistemato.
Un lungo percorso a piedi si svolge tra quelli che sembrano i saltelli di uno scolaretto contento – con tanto di movimenti aerei della valigetta – e passi da uomo da affari alternati ancora a salti per evitare grate e tombini – di cui Saverio ha il terrore – per poi riprendere la camminata controllata da manico di scopa incravattato.
Arriva in anticipo al luogo dell’appuntamento, al bar “da Camillo”.
All’ingresso il suo buongiorno si perde nella vastità di suoni e parole che s’intrecciano e si confondono, qualche sguardo ancora assonnato si posa per un attimo su di lui ma subito dopo torna a posarsi sul contenuto della tazzina o sul noioso interlocutore di una mattina ancora assopita.
Una rapida sistemata alla cravatta e Saverio si dirige con passo sicuro verso il responsabile del personale che nel suo giro visivo ha subito individuato, non è stato per niente difficile dopo le indicazioni ricevute: uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, giacca e cravatta sì, lo trova al bancone…dietro al bancone. Sì, ha capito bene… proprio dietro al bancone, perché è lui il proprietario del locale che ha affidato però in gestione ai figli.
– Buongiorno, il Signor (no capo del personale no)… Camillo Veron…
– Oh buongiorno! Via… mi chiami semplicemente Camillo, lei dev’essere Saverio giusto?
– Giusto…
– Prendiamo un caffè? Così intanto le presento il progetto e facciamo due chiacchiere…
Occupano un tavolino della sala interna del locale.
Saverio composto e ordinato sulla sedia, con la sua tazzina di caffè ben in vista e quell’ingombrante valigetta finalmente ai piedi, con il respiro praticamente inesistente e l’eco continuo e lontano dei battiti accelerati di un cuore che non gli sembra neanche il suo.
– Allora, Saverio Gxxxxxx… qualcuno le ha già illustrato il nostro progetto?
In lontananza una voce:
– Signor Gxxxxxx? Si sente bene?
– Scusi, come mi ha chiamato?
– Signor Gxxxxxx, Saverio Gxxxxxx, come sulla sua scheda… aspetti che la prendo un attimo eh, solo un secondo.
Sì, Saverio Gxxxxxx…
Ma dove va? Si sente bene?
Signor Gxxxxxx!
L’aria fresca del mattino gli fa recuperare un respiro mancato, levarsi poi la cravatta e sbottonarsi i primi bottoni della camicia gliene fa recuperare ancora un altro.
Una segretaria distratta che sbaglia un numero di telefono, nonna Agnese – ricevente della telefonata – che un nipote di nome Saverio che ha bisogno di un lavoro serio effettivamente ce l’ha, insieme poi all’età e a un udito non più eccellente che contribuiscono anch’essi alla nascita di un banalissimo errore di persona.
Camminata alla Saverio G nelle vie del centro.
Un sassolino, centrato e colpito di proposito, fa saltare la vernice sulla punta della scarpa di un uomo che procede a testa bassa, con le mani e una cravatta bordeaux nelle tasche dei pantaloni e una giacca mal piegata sotto il braccio.
Ha l’aria di un uomo stanco, di qualcuno appena uscito all’aria aperta dopo una giornata di duro lavoro, ma questo non è il suo caso.
Quindi potrebbe avere la tipica espressione di un uomo che il lavoro l’ha appena perso, ma com’è poi l’espressione tipica di chi perde il posto di lavoro?
Può darsi abbia allora solo lo sguardo di Saverio G, intento a seguire una linea retta immaginaria e con la sola preoccupazione di evitare passeggiatori solitari o branchi di turisti eccitati, che lo costringono a scendere e poi risalire ripetutamente sul marciapiede sempre più affollato.
Restano sempre oscure le ragioni che portano Saverio ogni giorno all’angolo di quella via, la stessa dove tre anni prima posò il suo sguardo su quella ragazza tremante in lacrime, come se per la prima volta lo avesse posato sulla vita, su quella vita che smise in quel momento di cibarsi ingorda di lui.
All’angolo di una via.
Un uomo a testa bassa, con le mani e una cravatta bordeaux nelle tasche dei pantaloni e una giacca mal piegata sotto il braccio, dondolante su gambe che seguono il ritmo di una melodia silenziosa.
Ha lo sguardo fisso su qualcosa, forse su quella stessa vita che ha ripreso a cibarsi avidamente di lui, così come ha fatto con Evelina
********************************
Qui tutti conoscono Saverio G come l’uomo che gira con in tasca un sampietrino, secondo molti per portare sempre con sé un pezzo di quella via e tutto il suo significato, secondo altri per essere facilitato nella rottura di una finestra nel caso si dimentichi ancora da qualche parte – come ha fatto l’ultima volta dimenticandosi al bar la valigetta – il catenaccio del suo rifugio.
Qui tutti conoscono Saverio G, ma se non si è sicuri si tratti proprio di lui allora basterà chiedergli come sta, sì esattamente così… un semplice: come stai Saverio?
E lui risponderà sempre allo stesso modo:
qui non succede nulla, e dell’amore si sono perse le tracce…
Ma questo nuovo Saverio – il rappresentante – suona troppo falso, troppo strano persino a lui… così impacciato di fronte allo specchio, in quel vestito usato e preso in affitto, con i piedi in quelle scarpe con le punte troppo scintillanti.
Più che altro con quelle punte ancora intatte.
Stamani Saverio si ferma più del solito di fronte alla sua immagine e pensa, e pensa che scarpe così non ne ha mai avute.
Sono un regalo di sua nonna Agnese – per la grande occasione – le scarpe del nonno, che ormai erano servite solo per fare bella figura al funerale – quello del nonno appunto – ed era davvero un peccato chiuderle lì dentro con lui, così.
Parole di nonna Agnese.
Ma Saverio non ci pensa alla provenienza delle scarpe, o forse ci pensa fin troppo sentendosi così teso e strozzato dalla cravatta bordeaux che gli ricorda solo la sensazione di un cappio al collo, quella sensazione – ormai sua amica – di ammazza respiro sul nascere.
E, sempre impalato di fronte allo specchio ormai da parecchio tempo, fa le prove per impacchettare bene la sua nuova vita, o almeno quella che da lì a poco potrebbe diventarlo.
– Piacere, mi chiamo Saverio... le posso rubare solo due minuti?
– No, no, no... rubare no. Ho già rubato tanto, pure i minuti no!
E allora ricomincia Saverio, ricomincia ma senza guardarsi più allo specchio.
Effettivamente è stato bravo in tutto, pure a rubare, ma ora deve imparare a mentire… perché neanche lui lo ruberebbe mai un articolo del genere, figuriamoci se lo comprerebbe!
Il nodo della cravatta non ne vuole sapere di stare dritto, mentre Saverio ride pensando all’effetto che potrebbe fare al capo del personale impettito se si togliesse quel laccio; ma quello che invece a sorpresa gli fa più effetto è immaginarsi le espressioni stupite sul viso delle persone che lo conoscono se dovessero incontrarlo vestito in quel modo.
Sì, questo sì che gli fa più effetto.
Gli basta anche solo un pensiero: sua nonna Agnese che si fa il segno della croce simulando uno svenimento e invocando la sua Madonna personale affinché non le porti via il suo unico nipote – perché a casa di nonna Agnese di persone vestite così, vive, non ne sono mai entrate – e finirebbe la sua interminabile preghiera con:
– Ti prego non me lo portare via… in fondo è un bravo ragazzo, solo un po’ scapestrato!
Il nodo più volte accarezzato ha trovato anch’esso il suo posto nel mondo, più o meno comodo.
L’orologio dell’angolo cottura segna le sette e quaranta, quello della sua camera le sette e cinquantacinque.
Da una veloce e approssimativa media matematica Saverio decide che è ora d’incamminarsi, ma non prima di passarsi ancora una volta un dito sulla cicatrice mal cucita che gli decora la guancia sinistra, prendere la sua valigetta di finta pelle vuota, chiudersi alle spalle una porta mal assemblata e cigolante e constatare in un attimo la verità di un detto popolare a cui, fino a quel momento, non aveva mai creduto:
«l'imprevisto è sempre dietro l'angolo!»
Forse perché lui, fino a stamattina, aveva sempre trovato di tutto dietro ad un angolo: cose utili, cose inutili, cose piacevoli e anche spiacevoli, davvero di tutto.
Addirittura Evelina – riconosciuta come sua simile al primo istante per via di quel suo sguardo indebolito e reso opaco dalla vita – l’aveva trovata dietro ad un angolo!
Ma un imprevisto mai.
Infatti quel pomeriggio di tre anni prima se lo ricorda ancora chiaramente: splendeva il sole, appoggiava i suoi raggi sui sampietrini storti delle viuzze del centro e li appoggiava delicatamente anche sui capelli neri di Evelina.
Saverio, invece, appena la vide le poggiò una mano sul capo, giusto per aver modo di farle alzare gli occhi e poterle chiedere come stava, cos’era successo, se insomma c’era qualcosa che non andava… perché non era solito trovare una ragazza in lacrime nascosta dietro l’angolo di una via.
Da subito e per sempre: solo poche parole tra loro, anche quando non bastò più la mano e il tocco di Saverio per farle alzare di nuovo il capo.
Evelina: come ciò che nella vita di un uomo non potrà più ricapitare. Oppure potrà anche ricapitare ancora, ma sarà solo una brutta copia dell’originale… di lei che quando ha avuto la possibilità di vivere veramente, ha avuto poi paura di amare.
Ora però, ricordi a parte e mantenendo la calma, deve assolutamente risolvere in breve tempo questo imprevisto.
Si guarda un pò in giro.
Gira su se stesso.
Riprende a voltarsi fino a fermarsi di fronte alla porta chiusa del suo rifugio… che appartamento non si può certo definire, ma neanche monolocale.
Appoggia la valigetta in terra per tentare d’infilarsi in tasca sia l’imprevisto in questione che la paura che ha di rovinarsi il vestito, e poi si abbandona a una sensazione profonda di sconforto che lo invade quando la tasca del pantalone accenna a un crollo strutturale.
L’imprevisto lì non ci sta.
Occhio fulmineo che si posa sulla valigetta vuota, che dopotutto è completamente vuota e se già non ha senso vedere in giro Saverio G con una valigetta in mano e vestito in quel modo, ancora di più non lo avrebbe con una valigetta realmente vuota.
L’imprevisto è stato sistemato.
Un lungo percorso a piedi si svolge tra quelli che sembrano i saltelli di uno scolaretto contento – con tanto di movimenti aerei della valigetta – e passi da uomo da affari alternati ancora a salti per evitare grate e tombini – di cui Saverio ha il terrore – per poi riprendere la camminata controllata da manico di scopa incravattato.
Arriva in anticipo al luogo dell’appuntamento, al bar “da Camillo”.
All’ingresso il suo buongiorno si perde nella vastità di suoni e parole che s’intrecciano e si confondono, qualche sguardo ancora assonnato si posa per un attimo su di lui ma subito dopo torna a posarsi sul contenuto della tazzina o sul noioso interlocutore di una mattina ancora assopita.
Una rapida sistemata alla cravatta e Saverio si dirige con passo sicuro verso il responsabile del personale che nel suo giro visivo ha subito individuato, non è stato per niente difficile dopo le indicazioni ricevute: uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, giacca e cravatta sì, lo trova al bancone…dietro al bancone. Sì, ha capito bene… proprio dietro al bancone, perché è lui il proprietario del locale che ha affidato però in gestione ai figli.
– Buongiorno, il Signor (no capo del personale no)… Camillo Veron…
– Oh buongiorno! Via… mi chiami semplicemente Camillo, lei dev’essere Saverio giusto?
– Giusto…
– Prendiamo un caffè? Così intanto le presento il progetto e facciamo due chiacchiere…
Occupano un tavolino della sala interna del locale.
Saverio composto e ordinato sulla sedia, con la sua tazzina di caffè ben in vista e quell’ingombrante valigetta finalmente ai piedi, con il respiro praticamente inesistente e l’eco continuo e lontano dei battiti accelerati di un cuore che non gli sembra neanche il suo.
– Allora, Saverio Gxxxxxx… qualcuno le ha già illustrato il nostro progetto?
In lontananza una voce:
– Signor Gxxxxxx? Si sente bene?
– Scusi, come mi ha chiamato?
– Signor Gxxxxxx, Saverio Gxxxxxx, come sulla sua scheda… aspetti che la prendo un attimo eh, solo un secondo.
Sì, Saverio Gxxxxxx…
Ma dove va? Si sente bene?
Signor Gxxxxxx!
L’aria fresca del mattino gli fa recuperare un respiro mancato, levarsi poi la cravatta e sbottonarsi i primi bottoni della camicia gliene fa recuperare ancora un altro.
Una segretaria distratta che sbaglia un numero di telefono, nonna Agnese – ricevente della telefonata – che un nipote di nome Saverio che ha bisogno di un lavoro serio effettivamente ce l’ha, insieme poi all’età e a un udito non più eccellente che contribuiscono anch’essi alla nascita di un banalissimo errore di persona.
Camminata alla Saverio G nelle vie del centro.
Un sassolino, centrato e colpito di proposito, fa saltare la vernice sulla punta della scarpa di un uomo che procede a testa bassa, con le mani e una cravatta bordeaux nelle tasche dei pantaloni e una giacca mal piegata sotto il braccio.
Ha l’aria di un uomo stanco, di qualcuno appena uscito all’aria aperta dopo una giornata di duro lavoro, ma questo non è il suo caso.
Quindi potrebbe avere la tipica espressione di un uomo che il lavoro l’ha appena perso, ma com’è poi l’espressione tipica di chi perde il posto di lavoro?
Può darsi abbia allora solo lo sguardo di Saverio G, intento a seguire una linea retta immaginaria e con la sola preoccupazione di evitare passeggiatori solitari o branchi di turisti eccitati, che lo costringono a scendere e poi risalire ripetutamente sul marciapiede sempre più affollato.
Restano sempre oscure le ragioni che portano Saverio ogni giorno all’angolo di quella via, la stessa dove tre anni prima posò il suo sguardo su quella ragazza tremante in lacrime, come se per la prima volta lo avesse posato sulla vita, su quella vita che smise in quel momento di cibarsi ingorda di lui.
All’angolo di una via.
Un uomo a testa bassa, con le mani e una cravatta bordeaux nelle tasche dei pantaloni e una giacca mal piegata sotto il braccio, dondolante su gambe che seguono il ritmo di una melodia silenziosa.
Ha lo sguardo fisso su qualcosa, forse su quella stessa vita che ha ripreso a cibarsi avidamente di lui, così come ha fatto con Evelina
********************************
Qui tutti conoscono Saverio G come l’uomo che gira con in tasca un sampietrino, secondo molti per portare sempre con sé un pezzo di quella via e tutto il suo significato, secondo altri per essere facilitato nella rottura di una finestra nel caso si dimentichi ancora da qualche parte – come ha fatto l’ultima volta dimenticandosi al bar la valigetta – il catenaccio del suo rifugio.
Qui tutti conoscono Saverio G, ma se non si è sicuri si tratti proprio di lui allora basterà chiedergli come sta, sì esattamente così… un semplice: come stai Saverio?
E lui risponderà sempre allo stesso modo:
qui non succede nulla, e dell’amore si sono perse le tracce…
Non avevo ancora letto questo tuo racconto Sonia.
RispondiEliminaSei sempre molto brava nelle descrizioni, molto poetica e delicata... mi fai pensare ad una lieve danza in punta di piedi.
Bel racconto, intenso.
Un bacio grande
A presto
Ally
Auguri di Buon Natale
RispondiEliminaGrazie Ally, un bacione e ancora auguri a te e all'utente anonimo...
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