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martedì 15 giugno 2010

Anna e Marco

Sarà la pioggia.
L'assenza della luna.
E il cielo grigio che ormai c'è da qualche sera.
Questa è una canzone che a me piace tanto. Sa d'infinito, di tempo che non passa mai, di emozioni e di malinconia... il tutto racchiuso in una bella storia raccontanta con magia.

mercoledì 9 giugno 2010

Tao te Ching

Ho finito da qualche giorno il famoso Tao te Ching di Lao Tzu, uno dei libri più tradotti, più letti e sorprendenti del mondo, come si legge dalla quarta di copertina.

Anche a me è piaciuto, fa riflettere molto e si resta comunque sorpresi per l'attualità del testo dato che Lao Tzu, secondo la tradizione, sarebbe vissuto nel VI secolo a.c., e da allora pare sia diventato leggenda.

Uno dei passaggi che mi è piaciuto di più è questo:

Trenta raggi si riuniscono in un centro vuoto
ma la ruota non girerebbe senza quel vuoto.
Un vaso è fatto di solida argilla,
ma è il vuoto che lo rende utile.
Per costruire una stanza, devi aprire porte e finestre;
senza quei vuoti, non sarebbe abitabile.

Dunque, per utilizzare ciò che è
devi utilizzare ciò che non è.

Trovo sia un bell'omaggio al concetto profondo di vuoto, anche questo un tema a me molto caro.

lunedì 31 maggio 2010

Concorso Nazionale di HAIKU

Dopo la partecipazione dell'anno scorso al concorso internazionale di haiku, rinnovata, eccomi quest'anno con il primo dei diversi concorsi haiku a cui ho partecipato e con i relativi risultati, non risultati...
Questo era il concorso nazionale.

Si richiedevano 10 haiku, i miei:

Non c'è solo erba
tra i sentieri scoscesi:
spunta un fiore blu.

Spighe di grano
tra papaveri rossi
sfidano i cieli.

Un gatto nero
rotolando viene giù:
tetto bagnato.

Presto, voltati!
L'ombra alle mie spalle
non è più la tua.

E s'allungano
come piccole mani
foglie d'acero.

Stella cadente:
coriandoli di luce
senza ritorno.

Pioggia estiva
sulla sponda del lago:
un cigno gioca.

Malinconico
il nostro origami
di finte viole.

Sei grigio piombo
come l'ombra d'inverno
nel bianco quadro.

Orme bagnate:
è il vento che schizza
d'acqua la sabbia.

I premiati invece li trovate a questo link risultati concorso nazionale, belli e particolari tutti, il mio preferito però è il terzo premiato.

martedì 25 maggio 2010

La scala di cristallo scricchiola...

Quando avverto un po' troppa instabilità e inquietudine, a causa della scala di cristallo che scricchiola durante il mio salire, mi piace leggere e rileggere questa bella poesia:

Bene, figliolo, te lo dirò:
la vita per me non è stata una scala di cristallo.
Ci furono chiodi
e schegge
ed assi sconnesse,
e tratti senza tappeti sul pavimento
nudi.
Ma per tutto il tempo
seguitai a salire
e raggiunsi i pianerottoli,
e voltai angoli
e qualche volta camminai nel buio
dove non era spiraglio di luce.
Così, ragazzo, non tornare indietro.
Non fermarti sui gradini
perché trovi ardua l'ascesa.
Non cadere ora
perché io vado avanti, amor mio,
continuo a salire
e la vita per me non è stata una scala di cristallo.

(La madre al figlio di Langston James Hughes)

domenica 9 maggio 2010

Beata innocenza!

Non è la prima volta che compro, leggo, mi diverto, sorrido, rido, mi commuovo anche e apprezzo una raccolta di letterine, pensieri, temi scritti da bambini.

Questa è stata la volta di Caro Gesù, potresti cambiare il sapore agli asparagi? 100 nuove letterine dei bambini a Gesù - Sonzogno Editore.

Si legge in un soffio, eppure restano impresse l'intelligenza, la furbizia, la saggezza, l'impertinenza, la disarmante innocenza di questi pensieri di cui ne riporto tre, giusto per dare un assaggio:




Voglio sempre credere nella spontaneità di questi pensieri, a volte posso averne anche prova perché una sera di non tanto tempo fa, ad esempio, ho passato un paio d'ore buone a convincere la mia nipotina, che ha più o meno l'età dei bimbi che hanno partecipato a questa raccolta, che gli angeli non picchiano!

Buona domenica...

martedì 4 maggio 2010

Semplicemente...

Vorrei far conoscere questa bellissima poesia di Jorge Luis Borges a chi crede che la semplicità sia il sinonimo di banalità e a chi troppe volte confonde i due concetti.
Sento spesso definire una persona che veste in modo semplice come banale, chi ascolta musica di un certo tipo come banale, chi scrive di alcuni argomenti e in un certo modo come banale, chi conduce una vita tranquilla, e comunque secondo i suoi canoni, come banale, chi è direttamente definito nella sua totalità come persona banale e quando mi capita di assistere, senza parole, a discorsi di questo tipo mi prende subito l'orticaria per la troppa banalità nel catalogare le persone, definirle a priori senza un minimo di conoscenza e dare giudizi.

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.

Chi è contento che sulla terra esista la musica.

Chi scopre con piacere una etimologia.

Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.

Il ceramista che intuisce un colore e una forma.

Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.

Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.

Chi accarezza un animale addormentato.

Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.

Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

I giusti di Jorge Luis Borges

Cosa c'entra il "dente di leone", questo semplice fiore di campo che io adoro?
Rappresenta semplicemente la bellezza di una qualsiasi banalità, per molti, che nel linguaggio dei fiori però significa ad esempio fedeltà, felicità... altre banalità insomma.

domenica 25 aprile 2010

Vergognosamente felice...

Charlie Brown: "Pensi mai al futuro, Linus?"
Linus: "Oh, sì... Sempre"
Charlie Brown: "Come pensi che vorresti essere da grande?"
Linus: "Vergognosamente felice!"



Augurandomi, e augurandovi, che a quel "da grande" non sia mai posto alcun limite di tempo.

lunedì 12 aprile 2010

Il vuoto

Un personale omaggio al vuoto e al concetto di sospeso, inteso per me come quel che non si compie ma resta tale nel tempo.

Ritrovo tutto ciò e questi grandi argomenti a me molto cari nel quadro di René Magritte, Golconde, un olio su tela del 1953, questo:


















Sono tante e diverse le interpretazioni per quest'opera, che mi piace spesso osservare, ma io ho provato a trovarne una personale.
C'è chi sostiene che questi personaggi vestiti di nero e con la bombetta stiano salendo in cielo, chi sostiene invece che ne stiano scendendo come fiocchi di neve, una nevicata di uomini.

Io li vedo ogni volta lì immobili e sospesi, in attesa, ognuno intento a osservare o cogliere qualcosa di diverso e di particolare e magari qualcosa di noi che li osserviamo... c'è chi è voltato a destra e chi a sinistra, ma ognuno forse è alla ricerca di una risposta, di una via, di un'indicazione. Fatto sta che si ritrova lì sospeso, nel tempo e nello spazio.
Mi provoca spesso anche la sensazione di vuoto, di caduta... ma non rovinosa.
L'analisi di un'opera simile per me resta sempre molto soggettiva, è difficile insomma trovare la vera chiave di lettura.
Mi piace poi associare l'opera a questa bellissima frase di Alejandro Jodorowsky:

«Tutto triste, il camaleonte si rese conto che,
per conoscere il suo vero colore,
doveva posarsi sul vuoto.»

lunedì 5 aprile 2010

Gli auguri dell’innocenza

Vedere un Mondo in un granello di sabbia,
e un Cielo in un fiore selvatico,
tenere l’Infinito nel cavo della mano
e l’Eternità in un’ora.

di William Blake

mercoledì 24 marzo 2010

Forse la primavera...

Mai come quest'anno l'inverno - emotivo e reale - mi è sembrato interminabile, qualcosa d'infinito e di troppo lungo. Non (?) per l'ultima bolletta del metano, o per la neve che s'è vista poco tempo fa, il perché di preciso non lo so nemmeno io... la forte sensazione interiore era quella che sarebbe stato difficile levarsi di dosso quest'ultimo inverno.
Invece capita una mattina qualunque, all'improvviso come del resto lo è anche il corso della vita, capita una mattina che in uno dei vasi che ho sul balcone, dove all'inizio dell'autunno avevo piantato i miei primi bulbi, s'intravede timida e incerta una puntina verde, poi un'altra insieme a una prima fogliolina un po' arricciata ancora per il freddo e un'altra ancora fino a oggi che la primavera richiama prepotente il suo tempo, a discapito di giornate belle o brutte, di sole o di pioggia, di umore nero o allegro, di giornate calme o frenetiche, a discapito proprio di tutto.
Non so se in un certo senso questo scorrere continuo e inarrestabile del tempo sia rassicurante o fastidioso e snervante.
C'è qualcosa che vive e continua al di là di noi, delle nostre emozioni, delle nostre vite e del nostro tempo. Tetra riflessione?
Provvedo a rallegrare i toni con l'esplosione di colore che ho in questi primi giorni di primavera sul balcone di casa mia. E in un certo senso a vivere da soli ci si toglie anche queste soddisfazioni, altrimenti frenate da commenti, pareri e il più delle volte consigli non richiesti sul perché il vaso lo fai così pieno, che qui davanti a casa non lo puoi mettere, che guarda che lì ingombra ecc... ecc...








Quando faccio queste riflessioni mi torna in mente prepotente sempre Baricco col suo Novecento, questo passaggio in particolare che adoro:

A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri.
Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono.
Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'è una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buona notte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave".
Ci rimasi secco.
Fran.

E, visto che come mio solito ho mescolato tutto per benino, ecco una bella poesia di Giuseppe Fanciulli dedicata alla primavera, sperando sia tale in tutti sensi:

La primavera è il tempo degli arrivi. Al torrente è arrivata tanta
acqua nuova dai nevai che si sfanno, e la sua voce canta più alta
tra i ciottoli, parla più tenera tra i salici.

I meli e i peri hanno già ricevuto la fioritura rosea e bianca,
e tremando la innalzano nell'azzurro.

Sotto ogni mazzolino di fiori, fa capolino il cartoccetto delle foglie;
fra poco la buccia si romperà e le foglie si apriranno piccine, tenere,
lustre.

Alla grondaia sono arrivate le rondini e rattoppano i buchi dei vecchi
nidi; volano, svolano, ancora portando intorno un riflesso del gran
mare che hanno attraversato.

Sui, ramoscelli più nuovi della macchia si posano le capinere,
attillate e svelte, attente ad esplorare l'orto.

Dinanzi alla casa tubano le tortore... pensando al nido.
Per tutta la valle scende un vento fresco, e spazza, spolvera,
scioglie gli ultimi nodi dell'inverno; porta nel sole il fumo dei camini,
il suono delle campane, le prime libere canzoni.

Buona primavera!

domenica 14 marzo 2010

Persuasione di Jane Austen

Lo so, lo so… le reazioni al nome di questa scrittrice sono sempre contrastanti. C’è a chi in genere parte involontario uno sbadiglio e a chi s’illumina lo sguardo. Prima di Persuasione direi che appartenevo anch’io alla prima categoria. Certo, di fronte a uno scrittore o scrittrice che sia, è giusto e anche doveroso collocarsi mentalmente nel periodo storico di riferimento, e io cerco sempre di applicare questa metamorfosi, però quei ricevimenti, le pause tè con biscottini che durano pagine e pagine per me sono estenuanti, così come i pettegolezzi vari di classe… (e qui, per queste cose, la mia Luna Gemelli non sembra funzionare molto) pur riconoscendo lo stile e l’eleganza della penna della Austen e una certa maestrìa nel delineare un personaggio, anche uno qualunque. Persuasione non è diverso. E allora vi chiederete perché scriverne una recensione. Perché, più che Ragione e sentimento e Orgoglio e pregiudizio (i suoi due libri più famosi insieme a Emma), quest’ultimo lavoro della Austen, pubblicato postumo dal fratello e composto tra il 1816 e il 1817, riesce a ripagare in pieno dei momenti morti che s’incontrano durante la lettura e delle lunghe pause passate tra chiacchiericci, salotti aristocratici ecc…, con un personaggio femminile - Anne Elliot - discreto e affascinante, delicato e forte allo stesso tempo, ingenuo e smaliziato, riservato e timido, dotato di grande cultura anche in quei momenti in cui sembrerebbe invece un personaggio solo passivo e senza spessore, e sottomesso al tempo in cui vive. Ho deciso di leggere questo libro dopo aver visto La casa sul lago del tempo con Keanu Reeves e Sandra Bullock, dove la protagonista lo citava come suo libro preferito. Trovandomelo davanti in una libreria, mi son detta: eh no!, allora lo devo leggere… sperando di non fuggire, come il solito, dai salotti bene. Non sono fuggita e, tolti i panni dell’epoca ai personaggi, credo che tutti potrebbero tranquillamente far parte del nostro presente… per via della loro complessità, delle loro riflessioni e prese di posizione che portano alla scelta oppure alla non scelta, rendendo quindi il romanzo molto moderno... con una terza persona narrante lei stessa critica nei confronti degli aristocratici e dell’epoca. Un avvertimento è d’obbligo! Trattasi di storia d’amore tra Anne e il Capitano Frederick Wentworth… ma anche di seconde possibilità, di amicizia, di pregiudizi, di scelte, di volontà, di tenacia sentimentale ed emotiva, di solitudine e di rinascita, il tutto inserito nel solito contesto di decoro e compostezza tipico della Austen. Si ha quasi l’impressione di crescere passo passo con Anne Elliot, in quel suo cammino che l’accompagnerà alla vera scelta, svincolandosi quasi dal suo tempo e dalle consuetudini della sua epoca. Ho apprezzato moltissimo questa lettura e forse ne ho ricavato anch’io un insegnamento: quello di non scappare sempre quando, in moltissime altre pagine di autori dell’epoca, si serve il tè con i biscottini aspirando invece a un più moderno tè verde con zucchero di canna e con un muffin al cioccolato! Vado a fare merenda...