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domenica 31 gennaio 2010

Sand Art - "One man's Dream 2010"

Chi mi conosce sa bene quanto io sia interessata all'arte e ad ogni sua forma.
Non posso definirmi per nulla un'esperta ma solo un'appassionata abbozzata, nel senso che il tempo per approfondire è sempre tiranno e purtroppo è sempre quello che è... e io spazio a volte in lungo e in largo, così da perdermi dentro tante cose, troppe.
Una bellissima sorpresa è stata la Sand Art, l'arte di sabbia.
Con un video che ho trovato nella mia casella di posta ho conosciuto Ilana Yahav e da allora l'ho sempre seguita. Altra sorpresa è stata ritrovarla creatrice di uno spot televisivo per l'Eni.
Ilana dipinge con la sabbia su lastre di vetro e le sue opere sono riprese da una videocamera posta sopra il suo tavolo da lavoro. Ci sono immagini, c'è musica, ci sono messaggi, c'è stupore, c'è armonia, c'è serenità, c'è ammirazione e ho notato che guardando i suoi video riesco a rilassarmi e a scaricare tensione.
Un'arte anche salutare insomma, buona visione e soprattutto sogni!

mercoledì 20 gennaio 2010

Scrivere è...

Non c'è nulla da fare, continuo a rispolverare vecchi scritti con la speranza che mi torni un po' d'ispirazione, di voglia di creare e di scrivere di nuovo, ma nulla... eppure in passato, anche quando non avevo ispirazione, scrivevo, come dimostra questo testo:

Il foglio è liscio.
Il foglio è bianco.
Il foglio è grande.
Il foglio è incredibilmente vuoto.
Vorrei scrivere di mille cose, di tante situazioni, emozioni, parole, sensazioni.
Vorrei scrivere senza fermarmi ad ogni riga, ad ogni frase… per chiedermi se sono in grado di scrivere, di emozionare, di far pensare.
Quello che scrivo è importante?
E, se lo è, per chi?
Vorrei scrivere di un nuovo scrittore, di un giovane scrittore, di mille giovani scrittori che, magari, solo qualcuno o addirittura nessuno conoscerà.
Scende una lacrima e il foglio si contorce, si gonfia e, dopo un attimo, ritorna esattamente come prima.
Solo un occhio attento farebbe poi caso a quell’alone.
Dentro di me ci sono storie che s’intrecciano, s’incontrano… alcune si ignorano, altre iniziano a conoscersi ed il mio cuore sembra un foglio A4 a righe, tutte occupate ordinatamente.
Ogni parola ha un suo posto, assegnato. Molte non hanno alcuna intenzione di lasciarmi per occupare questo foglio ancora bianco, altre invece iniziano a posizionarsi distrattamente.
Qualcuna passa una virgola all’altra, qualcun’altra continua a cambiare posto. Mi sa che farà fatica a trovare il suo. Forse ha solo bisogno di qualche puntino, giusto per tranquillizzarsi un po’.
Scende una lacrima ed il foglio si contorce, finisce esattamente sull’alone della goccia di prima ed ora anche un occhio meno attento sarebbe in grado di riconoscere quel cerchio più trasparente di confusione, d’insicurezza.
Duecentoventotto parole sono riuscite a formare parecchie righe, le ho contate.
Non male.
Ma non basta.
Scrivere è entrare furtivamente nell’essere di un’altra persona
nei suoi pensieri.
Scrivere è sapere che, da qualche parte, qualcuno - con in mano anche solo le duecentoventotto parole che sono riuscite a formare parecchie righe – riderà, piangerà, penserà, ricorderà e, anche solo per un istante, dimenticherà chi è per assumere i panni di un mio personaggio oppure anche solo di un pensiero.
Scrivere è creare quello che non esiste.
Scrivere è dare valore anche a quello che, in apparenza, non ne ha per niente.
Scrivere è dare importanza ad ogni singola lettera… alla “i”, alla “v”, alla “a”, alla “t” ma non per quello che unendosi andranno a formare.

Al corso di scrittura creativa, frequentato qualche anno fa, un esercizio consisteva nell'elencare i prossimi argomenti oggetto di scritti futuri, e la mia ricca lista è stata questa:

Vorrei raccontare di:

* una sedia a dondolo che dondola nel tempo e oltre il tempo

* la vita apparentemente anonima di un salice piangente

* un sorriso

* un dolore

* un amore

* un rimorso superato

* un rimpianto scampato

* un lago e il suo mostro o semplice abitante

* un libro senza fine

* Saturno e i suoi anelli

* una sera stanca

* un giorno perso

* un’amicizia per sempre

* una vita e la sua ultima goccia

* una rosa blu

* afa che sale dall’asfalto bagnato

* un ciondolo

* Bretagna

* oceano

* un faro

* libertà

* una lacrima che scende piano

* uno sguardo bambino a ottant’anni

* un bambino già saggio

* un castello

Le idee di certo non mancano...

giovedì 14 gennaio 2010

La speranza è un essere piumato di Emily Dickinson

La speranza è un essere piumato
che si posa sull'anima,
canta melodie senza parole e non finisce mai.
La brezza ne diffonde l'armonia,
e solo una tempesta violentissima
potrebbe sconcertare l'uccellino
che ha consolato tanti.
L'ho ascoltato nella terra più fredda
e sui più strani mari.
Eppure neanche nella necessità
ha chiesto mai una briciola ~ a me.

Mi è tornata in mente dopo che non la leggevo da un po', e proprio in questi giorni dove sembra che la speranza sia l'unica cosa rimasta a molti...

venerdì 8 gennaio 2010

La vita che volevo di Lorenzo Licalzi

Lorenzo Licalzi, uno scrittore affermato e conosciuto, lo so.
Così non era per me perché, pur avendolo spesso sentito nominare, probabilmente non era ancora arrivato il momento di fare la sua conoscenza.
Un po' per principio, un po' per stare attenta - da cittadina del mondo solitaria - alle mie uscite monetarie, non compro mai un libro di costo superiore ai 12 o al massimo 15 euro, difatti sono un'attenta osservatrice di offerte e simili, per correre poi ad acquistare quelli che m'interessano ma d'importo superiore così da non avere la sensazione di subire una rapina.
Con lui e il suo La vita che volevo invece no, 18 euro e via senza nemmeno pensarci, senza leggere nulla... da quando ho puntato questo libro mi è bastato solo il titolo ed è stata attrazione immediata e bruciante.
Per un libro!, direte voi... con lo stesso sguardo disturbato della signora che, più volte, mi ha scrutato mentre lo leggevo durante il viaggio di ritorno da Venezia.
Sorridevo e facevo smorfie. Di piacere, di stupore per una trovata dell'autore, di disappunto anche... rispondendo a mia volta a quello sguardo con: mi guarda così perché non sa cosa si perde e, forse, non sa cosa vuol dire leggere e tuffarsi anima, mente e corpo in un libro... ma io è così che leggo. Diventando amica dei personaggi, osservandoli da lontano, prendendoli per mano quando soffrono e io con loro, interrogandomi al loro posto sui tanti perché che dovrebbero tormentarli e non lo fanno, o lo fanno troppo... e mandandoli anche a quel paese quando "per colpa loro" perdo fermate o simili (mi capitava soprattutto quando prendevo tutti i giorni la metro, e quanto capitava!).
Quando, semplicemente con in mano un libro, io riesco a fare tutto ciò e riesco a estraniarmi dal mondo... per me allora uno scrittore ha vinto.
Il mio ultimo vincitore è proprio Licalzi, anche se mi aspettavo un romanzo e non una serie di racconti, pur incastrandosi tra loro per mezzo di un filo sottile.
Ho scoperto una scrittura bella, uno stile spassoso, pulito ed estremamente scorrevole mentre - scherzando ma nemmeno troppo con il caso - l'autore affronta temi come il destino, le coincidenze ecc... temi che su di me hanno sempre molto fascino, perché adoro riflettere su come ad esempio due persone possano magari sfiorarsi di continuo oppure non incontrarsi per una frazione di secondo e scontrarsi invece un altro giorno per la stessa frazione di secondo.
Il mio entusiasmo dovrebbe bastare come consiglio alla lettura, ma preferisco lasciare spazio a qualche passo che ho sottolineato o, come sono solita fare, che ritrovo successivamente aprendo la pagina, con l'angolino superiore piegato, che contiene le parti più belle.
Riporto alcuni passi che mi hanno fatto partire una serie di riflessioni a catena... ma solo della parte iniziale, perché ssssh, sono arrivata solo a pagina 91!
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«Mah, non lo so, comunque porca miseria siamo appesi a un filo, quello lì che è morto, bastava che so... che girasse due volte di più lo zucchero nel caffè prima di uscire di casa che avrebbe attraversato un attimo dopo e ora sarebbe vivo...»
«Quello è niente, a me fa impazzire il contrario.»
«Cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che quando ti capita qualcosa lo sai, giusto? E allora pensi che se non avessi fatto questo se non mi fossi fermato lì eccetera, invece chissà quante volte sei vivo perché magari hai girato due volte in più lo zucchero nel caffè e non lo saprai mai. Metti che ti fermi a un autogrill a bere un caffè, poi riparti e arrivi a casa bello contento, o magari incazzato per i fatti tuoi: non saprai mai che se invece non ti fermavi uno sbandava, e quello bada bene sbanda in ogni caso perché gli viene una botta di sonno, solo che invece di rimettersi in carreggiata perché nell'altra corsia non c'è nessuno, c'eri tu con la tua bella macchinetta e ti tagliava la strada, picchiavate e morivate tutti e due in un incidentone che ne parlavano pure alla tele. Quindi con quel caffè hai salvato due vite, la tua e quella di quell'altro che ha sbandato. Di fatto ogni piccola decisione che prendiamo cambia la storia del mondo, e comunque il punto è sempre quello: quando ti va di sfiga lo sai, invece quando ti va di culo no! E poi ci lamentiamo, dovremmo ringraziare ogni mattina perché ci è andata bene, così bene che non ci siamo neppure accorti di quello che ha sbandato, siamo così fortunati che non ci è neppure venuta paura, ci siamo evitati anche quella.»
«Ragazzi, vi posso dire una cosa? Nella vita è solo questione di destino... o caso, chiamatelo un po' come vi pare»
«Be' c'è una bella differenza, se è questione di destino allora ti succede quello che ti doveva succedere, non ci sono cazzi, era scritto! Se invece è il caso a decidere come vanno le cose, se ti fermi a bere quel caffè all'autogrill, poi riparti, fai un frontale con un TIR e muori; se non ti fermi scampi il frontale e vivi fino a cent'anni»
«Io non sottovaluterei anche la questione "tempi giusti".»
«In che senso, scusa?»
«Anche in senso generale, il che mi fa propendere per l'opzione destino.»
«Cioè?»
«Cioè, è sempre un po' la stessa cosa ma con una sfumatura diversa... c'è chi nelle cose azzecca sempre i tempi giusti e c'è chi arriva sempre con un po' di ritardo, è così! o fai parte di una categoria o dell'altra, ci sono quelli che arrivano in stazione puntuali e quelli che arrivano quando il treno è partito, ma non dipende da loro, cioè certe volte sì ma spesso no, io per esempio arrivo sempre un attimo dopo... non so perchè ma arrivo sempre fuori tempo massimo di un minuto.»
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Come si nota i dialoghi sono veloci, puliti, diretti che sembra quasi di sentir parlare e di assistere alla discussione, e io così partecipe a tal punto di scriverne ancora prima di averlo terminato.
Buona lettura!

mercoledì 6 gennaio 2010

L'anno nuovo è iniziato bene...

Ho passato dei momenti molto belli, intensi, vivi e a dir poco emozionanti grazie a Venezia (una città che ho sempre snobbato e non riesco a capire, così a priori, il perché di questa mia immotivata avversione, ora sparita completamente), alle persone che ho avuto modo di rivedere e a quelle che ho avuto la fortuna di conoscere.
Lascio che le immagini commentino il mio inizio...

Gondole:

Ponte di Rialto:

La luce gioca a Padova:

Scorci di Venezia:



E a tutti buona continuazione... a presto!

mercoledì 30 dicembre 2009

L'anno nuovo...

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.
(L'anno nuovo di Gianni Rodari)

Io proverò a farlo bene
sto 2010...
tanto per iniziare
vedrò finalmente Venezia,
rivedrò un amicone
e un'amicona,
sono certa passerò con loro
dei momenti belli
e mi concederò questo lusso
partendo in modo insolito
il primo giorno del nuovo anno,
che sia di buon auspicio!
Intanto auguro a tutti
che sia un anno ricco ricco
di tanta serenità
e cose belle
da voler ricordare!

venerdì 25 dicembre 2009

Buon Natale!

Quasi fuori tempo,

lascio qui i miei auguri di Buon Natale e di tanta serenità per i giorni di festa a seguire.

Buon Natale

a chi mi legge sempre

a chi mi vuole bene

a chi passa ogni tanto di qua

a chi sbircia qualche volta o con regolarità

a chi mi segue restando in ombra

a chi vive in un ricordo ma è sempre presente

a chi ci sarà!

Auguri...

domenica 20 dicembre 2009

All’angolo di una via: un sampietrino

Saverio G. Solo G perché non amerebbe si parlasse di lui, anche se tutti qui parlano di lui: di Saverio il fruttivendolo, di Saverio il parrucchiere, di Saverio il calzolaio, di Saverio lo spogliarellista, addirittura di Saverio il pirata. In ogni caso di Saverio G si tratta, e ciò può bastare per capire che di Saverio G si parla.

Ma questo nuovo Saverio – il rappresentante – suona troppo falso, troppo strano persino a lui… così impacciato di fronte allo specchio, in quel vestito usato e preso in affitto, con i piedi in quelle scarpe con le punte troppo scintillanti.
Più che altro con quelle punte ancora intatte.
Stamani Saverio si ferma più del solito di fronte alla sua immagine e pensa, e pensa che scarpe così non ne ha mai avute.
Sono un regalo di sua nonna Agnese – per la grande occasione – le scarpe del nonno, che ormai erano servite solo per fare bella figura al funerale – quello del nonno appunto – ed era davvero un peccato chiuderle lì dentro con lui, così.
Parole di nonna Agnese.
Ma Saverio non ci pensa alla provenienza delle scarpe, o forse ci pensa fin troppo sentendosi così teso e strozzato dalla cravatta bordeaux che gli ricorda solo la sensazione di un cappio al collo, quella sensazione – ormai sua amica – di ammazza respiro sul nascere.
E, sempre impalato di fronte allo specchio ormai da parecchio tempo, fa le prove per impacchettare bene la sua nuova vita, o almeno quella che da lì a poco potrebbe diventarlo.

– Piacere, mi chiamo Saverio... le posso rubare solo due minuti?

– No, no, no... rubare no. Ho già rubato tanto, pure i minuti no!

E allora ricomincia Saverio, ricomincia ma senza guardarsi più allo specchio.
Effettivamente è stato bravo in tutto, pure a rubare, ma ora deve imparare a mentire… perché neanche lui lo ruberebbe mai un articolo del genere, figuriamoci se lo comprerebbe!

Il nodo della cravatta non ne vuole sapere di stare dritto, mentre Saverio ride pensando all’effetto che potrebbe fare al capo del personale impettito se si togliesse quel laccio; ma quello che invece a sorpresa gli fa più effetto è immaginarsi le espressioni stupite sul viso delle persone che lo conoscono se dovessero incontrarlo vestito in quel modo.
Sì, questo sì che gli fa più effetto.
Gli basta anche solo un pensiero: sua nonna Agnese che si fa il segno della croce simulando uno svenimento e invocando la sua Madonna personale affinché non le porti via il suo unico nipote – perché a casa di nonna Agnese di persone vestite così, vive, non ne sono mai entrate – e finirebbe la sua interminabile preghiera con:

– Ti prego non me lo portare via… in fondo è un bravo ragazzo, solo un po’ scapestrato!

Il nodo più volte accarezzato ha trovato anch’esso il suo posto nel mondo, più o meno comodo.

L’orologio dell’angolo cottura segna le sette e quaranta, quello della sua camera le sette e cinquantacinque.
Da una veloce e approssimativa media matematica Saverio decide che è ora d’incamminarsi, ma non prima di passarsi ancora una volta un dito sulla cicatrice mal cucita che gli decora la guancia sinistra, prendere la sua valigetta di finta pelle vuota, chiudersi alle spalle una porta mal assemblata e cigolante e constatare in un attimo la verità di un detto popolare a cui, fino a quel momento, non aveva mai creduto:

«l'imprevisto è sempre dietro l'angolo!»

Forse perché lui, fino a stamattina, aveva sempre trovato di tutto dietro ad un angolo: cose utili, cose inutili, cose piacevoli e anche spiacevoli, davvero di tutto.
Addirittura Evelina – riconosciuta come sua simile al primo istante per via di quel suo sguardo indebolito e reso opaco dalla vita – l’aveva trovata dietro ad un angolo!
Ma un imprevisto mai.

Infatti quel pomeriggio di tre anni prima se lo ricorda ancora chiaramente: splendeva il sole, appoggiava i suoi raggi sui sampietrini storti delle viuzze del centro e li appoggiava delicatamente anche sui capelli neri di Evelina.
Saverio, invece, appena la vide le poggiò una mano sul capo, giusto per aver modo di farle alzare gli occhi e poterle chiedere come stava, cos’era successo, se insomma c’era qualcosa che non andava… perché non era solito trovare una ragazza in lacrime nascosta dietro l’angolo di una via.
Da subito e per sempre: solo poche parole tra loro, anche quando non bastò più la mano e il tocco di Saverio per farle alzare di nuovo il capo.
Evelina: come ciò che nella vita di un uomo non potrà più ricapitare. Oppure potrà anche ricapitare ancora, ma sarà solo una brutta copia dell’originale… di lei che quando ha avuto la possibilità di vivere veramente, ha avuto poi paura di amare.

Ora però, ricordi a parte e mantenendo la calma, deve assolutamente risolvere in breve tempo questo imprevisto.
Si guarda un pò in giro.
Gira su se stesso.
Riprende a voltarsi fino a fermarsi di fronte alla porta chiusa del suo rifugio… che appartamento non si può certo definire, ma neanche monolocale.
Appoggia la valigetta in terra per tentare d’infilarsi in tasca sia l’imprevisto in questione che la paura che ha di rovinarsi il vestito, e poi si abbandona a una sensazione profonda di sconforto che lo invade quando la tasca del pantalone accenna a un crollo strutturale.

L’imprevisto lì non ci sta.

Occhio fulmineo che si posa sulla valigetta vuota, che dopotutto è completamente vuota e se già non ha senso vedere in giro Saverio G con una valigetta in mano e vestito in quel modo, ancora di più non lo avrebbe con una valigetta realmente vuota.

L’imprevisto è stato sistemato.

Un lungo percorso a piedi si svolge tra quelli che sembrano i saltelli di uno scolaretto contento – con tanto di movimenti aerei della valigetta – e passi da uomo da affari alternati ancora a salti per evitare grate e tombini – di cui Saverio ha il terrore – per poi riprendere la camminata controllata da manico di scopa incravattato.
Arriva in anticipo al luogo dell’appuntamento, al bar “da Camillo”.
All’ingresso il suo buongiorno si perde nella vastità di suoni e parole che s’intrecciano e si confondono, qualche sguardo ancora assonnato si posa per un attimo su di lui ma subito dopo torna a posarsi sul contenuto della tazzina o sul noioso interlocutore di una mattina ancora assopita.
Una rapida sistemata alla cravatta e Saverio si dirige con passo sicuro verso il responsabile del personale che nel suo giro visivo ha subito individuato, non è stato per niente difficile dopo le indicazioni ricevute: uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, giacca e cravatta sì, lo trova al bancone…dietro al bancone. Sì, ha capito bene… proprio dietro al bancone, perché è lui il proprietario del locale che ha affidato però in gestione ai figli.

– Buongiorno, il Signor (no capo del personale no)… Camillo Veron…

– Oh buongiorno! Via… mi chiami semplicemente Camillo, lei dev’essere Saverio giusto?

– Giusto…

– Prendiamo un caffè? Così intanto le presento il progetto e facciamo due chiacchiere…

Occupano un tavolino della sala interna del locale.
Saverio composto e ordinato sulla sedia, con la sua tazzina di caffè ben in vista e quell’ingombrante valigetta finalmente ai piedi, con il respiro praticamente inesistente e l’eco continuo e lontano dei battiti accelerati di un cuore che non gli sembra neanche il suo.

– Allora, Saverio Gxxxxxx… qualcuno le ha già illustrato il nostro progetto?

In lontananza una voce:

– Signor Gxxxxxx? Si sente bene?

– Scusi, come mi ha chiamato?

– Signor Gxxxxxx, Saverio Gxxxxxx, come sulla sua scheda… aspetti che la prendo un attimo eh, solo un secondo.
Sì, Saverio Gxxxxxx…
Ma dove va? Si sente bene?
Signor Gxxxxxx!

L’aria fresca del mattino gli fa recuperare un respiro mancato, levarsi poi la cravatta e sbottonarsi i primi bottoni della camicia gliene fa recuperare ancora un altro.

Una segretaria distratta che sbaglia un numero di telefono, nonna Agnese – ricevente della telefonata – che un nipote di nome Saverio che ha bisogno di un lavoro serio effettivamente ce l’ha, insieme poi all’età e a un udito non più eccellente che contribuiscono anch’essi alla nascita di un banalissimo errore di persona.

Camminata alla Saverio G nelle vie del centro.
Un sassolino, centrato e colpito di proposito, fa saltare la vernice sulla punta della scarpa di un uomo che procede a testa bassa, con le mani e una cravatta bordeaux nelle tasche dei pantaloni e una giacca mal piegata sotto il braccio.
Ha l’aria di un uomo stanco, di qualcuno appena uscito all’aria aperta dopo una giornata di duro lavoro, ma questo non è il suo caso.
Quindi potrebbe avere la tipica espressione di un uomo che il lavoro l’ha appena perso, ma com’è poi l’espressione tipica di chi perde il posto di lavoro?
Può darsi abbia allora solo lo sguardo di Saverio G, intento a seguire una linea retta immaginaria e con la sola preoccupazione di evitare passeggiatori solitari o branchi di turisti eccitati, che lo costringono a scendere e poi risalire ripetutamente sul marciapiede sempre più affollato.

Restano sempre oscure le ragioni che portano Saverio ogni giorno all’angolo di quella via, la stessa dove tre anni prima posò il suo sguardo su quella ragazza tremante in lacrime, come se per la prima volta lo avesse posato sulla vita, su quella vita che smise in quel momento di cibarsi ingorda di lui.

All’angolo di una via.
Un uomo a testa bassa, con le mani e una cravatta bordeaux nelle tasche dei pantaloni e una giacca mal piegata sotto il braccio, dondolante su gambe che seguono il ritmo di una melodia silenziosa.
Ha lo sguardo fisso su qualcosa, forse su quella stessa vita che ha ripreso a cibarsi avidamente di lui, così come ha fatto con Evelina

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Qui tutti conoscono Saverio G come l’uomo che gira con in tasca un sampietrino, secondo molti per portare sempre con sé un pezzo di quella via e tutto il suo significato, secondo altri per essere facilitato nella rottura di una finestra nel caso si dimentichi ancora da qualche parte – come ha fatto l’ultima volta dimenticandosi al bar la valigetta – il catenaccio del suo rifugio.

Qui tutti conoscono Saverio G, ma se non si è sicuri si tratti proprio di lui allora basterà chiedergli come sta, sì esattamente così… un semplice: come stai Saverio?
E lui risponderà sempre allo stesso modo:
qui non succede nulla, e dell’amore si sono perse le tracce…

mercoledì 25 novembre 2009

Urano è la prova del nove!

Lo credo sul serio... secondo me, analizzando i transiti di Urano attraverso le case, anche chi butta gli occhi indietro solo a sentire la parola astrologia potrebbe - con il proprio tema natale alla mano e con tanto di transiti inseriti nel grafico per individuare la posizione di Urano di transito in un determinato momento (tenete presente che il passaggio di Urano attraverso una casa dura all'incirca 7 anni, più o meno... secondo l’ampiezza della casa) - iniziare a farsi un'idea seria e non da rivista di che cos'è questa disciplina.
Utilizzando il famoso libro di Robert Hand, I Transiti, provo a fare questo viaggio con Urano nelle case del tema natale.
Innanzitutto chi è Urano, o cos'è?
Per la mia personale esperienza, posso dire che Urano è cambiamento, opportunità, spinta liberatoria senza che se ne possa molto discutere e in una determinata casa promuoverà o, meglio, evidenzierà quei cambiamenti che si rendono, a un certo punto, necessari e con i quali c'è poco da trattare o barattare.
Partendo dalla prima casa, provando a fare una breve carrellata, qui Urano di transito - secondo quanto sostiene anche Hand - si concentrerà sui rapporti con il mondo esterno che subiranno una revisione radicale. Anche gli altri ci vedranno in modo diverso, e questo specchiarci in noi stessi e negli altri in modo nuovo potrebbe risultare un'esperienza forte per chi ha paura dei cambiamenti. Hand scrive che il significato predominante di Urano in prima casa è la sete di libertà, che all'esterno può apparire solo come un periodo di ribellione senza senso.
Urano in seconda casa sposta invece l'attenzione sulla nostra situazione economica e materiale. A livello psicologico invece, significa cambiamenti nella nostra scala di valori.
In terza casa l'attenzione si sposterà sul nostro ambiente circostante e quella che consideriamo la normalità quotidiana, compresi i rapporti con amici, parenti, conoscenti, vicini di casa ecc...
Anche alcuni nostri schemi mentali potrebbero cambiare oppure le nostre modalità di comunicazione. Sempre secondo Hand Urano qui spazza via i vecchi schemi di pensiero.
In quarta casa (il mio attuale passaggio) Urano annuncia cambiamenti negli aspetti familiari e più personali, pone l'attenzione sulla casa e i rapporti con i genitori e gli altri familiari più stretti.
Udite udite... un effetto comune del transito è un improvviso cambiamento di ambiente o di residenza!
In quinta casa m'ispira molto di più... i cambiamenti, le opportunità e tutto quello che il pianeta simboleggia riguarderanno la sfera affettiva, i divertimenti, gli svaghi, il sesso e anche la creatività, ambito in cui - sembrerà a primo impatto strano - rientrano anche i figli.
È prospettato comunque come un periodo realmente eccitante.
In sesta casa l'attenzione è spostata sul lavoro, settore in cui sotto l'influsso del transito è possibile sentirsi troppo condizionati e poco liberi. Anche il corpo e la salute sono altri aspetti che con il transito potrebbero richiedere cure e attenzioni, poiché la sesta casa regge l'efficienza corporea e mentale assieme.
In settima casa, invece, potrebbero essere le relazioni considerate più stabili a venir messe alla prova da questa energia innovativa, ma è considerato difficile soprattutto per chi ha delle relazioni affettive che non vanno molto bene. Qui si legge Hand lapidario affermare che: solo i legami che sono solidi superano indenni le tempeste.
Urano di passaggio in ottava casa faccio io stessa fatica a comprenderlo, si legge sempre di schemi di vita vecchi ed obsoleti che saranno spazzati via per far posto a dei nuovi.
Anche questa casa, come la seconda, è collegata al denaro... in questo caso a quello altrui o che ci arriva attraverso fonti non nostre, ad esempio entrate del partner ma anche Hand pare andarci cauto abbozzando varie letture, tutte condivisibili essendo l'ottava casa un settore dai più ampi significati.
In nona casa mi piace come esordisce Hand: Urano è nemico delle vedute rigide del mondo, e questo dice molto circa i cambiamenti che riguarderanno sempre il modo di vedere la realtà, magari anche attraverso nuovi avvenimenti. Qui, per farla breve, bisogna essere disposti a cambiare idee, ad allargare le nostre vedute, una mentalità elastica è quanto di più costruttivo potrà esserci per vivere al meglio questo passaggio.
In decima casa Hand elenca diverse possibilità: un cambiamento nella vita professionale con nuove occasioni di lavoro, un cambio circa il nostro ruolo nella società, anche un contrasto con persone che rappresentano l'autorità... essendo questa la casa dove Saturno è il signore.
Urano in undicesima casa può stimolare molto le nostre aspettative, le nostre speranze. Questa casa è conosciuta anche come la casa dell'amicizia, dei progetti, delle attività collettive.
Urano in dodicesima casa non è semplice da individuare e descrivere, essendo questa casa molto inconscia e non facile da comprendere, almeno non ancora per me.
Hand parla di chiarimenti che si rendono necessari, di scheletri nell'armadio da affrontare, è in definitiva un confronto con il nostro Io segreto e inconscio che è il momento di risolvere.
Questa è una visione superficiale e appena abbozzata di che cos'è o potrebbe essere Urano di transito... non ci sono mai effetti solo negativi o solo positivi e quello che per qualcuno potrebbe essere avvertito come sconvolgente solo a sentirne parlare, per altri potrebbe essere la svolta della vita, un cambio positivo di direzione... per questo non è semplice racchiudere in schemi i possibili effetti di un transito, anche perché bisogna sempre tenere presente il punto di partenza del pianeta, gli aspetti che forma con gli altri elementi del tema natale e come la persona lo vive.
Spero che qualcuno proverà, anche solo per gioco, a cercare dove si trova Urano di transito nel tema natale per provare a testarne di persona le corrispondenze tra il settore della vita coinvolto e la realtà... aspetto anche integrazioni e pareri dagli esperti!

domenica 15 novembre 2009

La signora delle camelie di Alexandre Dumas (figlio).

Per chi guarda di sottecchi un classico…
La signora delle camelie di Dumas figlio (1824-1895) non tratta di argomenti così tanto lontani da noi, pur narrando di una storia svoltasi a Parigi intorno al 1844, quando lo stesso Dumas incontra colei che gli ispirerà questo libro, Marie Duplessis pseudonimo di Alphonsine Rose Plessis divenuta poi la contessa di Perrégaux, la sua amante.
L’inizio non è nulla di scoppiettante ma il ritmo narrativo andrà via via crescendo. Non si sospetta né s’intravede tra le parole iniziali il coinvolgimento dello stesso autore, coinvolgimento che poi invece trasborderà direttamente dalle pagine del libro procedendo con la lettura e causando un misto di sensazioni tra rabbia, strazio, patimento, fino a giungere a un finale emotivamente forte (ho pianto, uff...).
Resto anche delusa per l’iniziale scoperta del significato del nome dato a Marguerite Gautier, appunto la signora delle camelie. Mi sarebbe piaciuto leggere la rivelazione in seguito, ma Dumas pare non fare troppi sofistichismi letterari, visto l’incipit stesso, semplice ma di sicuro effetto e presa sul lettore:
Secondo me, non si possono creare personaggi se non dopo aver studiato a lungo gli uomini, così come non si può parlare una lingua straniera se non la si è imparata molto bene.
Non ho ancora l'età in cui s'inventa, quindi mi accontenterò di raccontare.
Esorto il lettore a credere alla veridicità di questa storia, di cui tutti i personaggi, ad eccezione della protagonista, sono ancora in vita.

Ci si trova di fronte a un altro personaggio femminile straordinario... vivo, reale, accattivante e coinvolgente nel suo essere quasi incompatibile, a tratti debole, indifeso e a tratti forte, carismatico ed estremamente reale.
La contraddittorietà del personaggio la si può anche leggere nelle diverse reazioni che il libro suscitò a suo tempo:
sdegno dei benpensanti per il tema trattato, poiché denunciava anche un modo di pensare puntando il dito contro l'ipocrisia del ceto borghese e commozione presso migliaia e migliaia di lettori in tutto il mondo.
Anche questo libro racconta di una storia d'amore (ultimamente ahimè ci ricado spesso!) meravigliosa, triste che si mostra fin dall'inizio con un cappio intorno al collo, ma bella perché vera per un libro che non ha certo età così come purtroppo i tanti e tanti pregiudizi.
I dialoghi poi sono eccelsi e l’analisi psicologica dei personaggi incredibile per uno scrittore apparentemente così lontano da noi, in grado di delineare perfettamente il contrasto esistente tra un amore vero e le piccole regole borghesi di quel tempo. Solo di quel tempo?
Decreto il personale successo di un libro quando i personaggi, ottocenteschi e in costume, mi seguono nel mio quotidiano, mentre mi trovo a fare la spesa al supermercato e sono indecisa se prendere lo yogurt ai mirtilli o quello alle ciliegie e mi vedo accanto Marguerite Gautier… mi domando cosa mi attende nelle pagine successive, cosa sta pensando e quale sarà la sua prossima mossa o lo svolgimento successivo dell’intera storia. Oppure quando faccio le due di notte per continuare a leggere pur sapendo che la sveglia alle 7 come sempre suonerà, o anche quando una volta finito continuo a ricordarmi dei personaggi, e questi vi assicuro che difficilmente ve li dimenticherete talmente sono intensi, perfettamente delineati e veri... quasi da vederseli di fronte mentre si legge di loro.
Per concludere, questo libro credo valga la pena di essere letto per l'emozione persistente che regala pagina dopo pagina e per la forte sensazione di essere a nostra volta coinvolti nella trama.
Giuseppe Verdi poi ne ha fatta una famosa trasposizione in musica, La Traviata.
Affascinata dall’epoca del Voi, questo romanzo al momento lo sento come uno dei libri più belli tra quelli da me finora letti, che non sono proprio pochi!