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venerdì 25 dicembre 2009

Buon Natale!

Quasi fuori tempo,

lascio qui i miei auguri di Buon Natale e di tanta serenità per i giorni di festa a seguire.

Buon Natale

a chi mi legge sempre

a chi mi vuole bene

a chi passa ogni tanto di qua

a chi sbircia qualche volta o con regolarità

a chi mi segue restando in ombra

a chi vive in un ricordo ma è sempre presente

a chi ci sarà!

Auguri...

domenica 20 dicembre 2009

All’angolo di una via: un sampietrino

Saverio G. Solo G perché non amerebbe si parlasse di lui, anche se tutti qui parlano di lui: di Saverio il fruttivendolo, di Saverio il parrucchiere, di Saverio il calzolaio, di Saverio lo spogliarellista, addirittura di Saverio il pirata. In ogni caso di Saverio G si tratta, e ciò può bastare per capire che di Saverio G si parla.

Ma questo nuovo Saverio – il rappresentante – suona troppo falso, troppo strano persino a lui… così impacciato di fronte allo specchio, in quel vestito usato e preso in affitto, con i piedi in quelle scarpe con le punte troppo scintillanti.
Più che altro con quelle punte ancora intatte.
Stamani Saverio si ferma più del solito di fronte alla sua immagine e pensa, e pensa che scarpe così non ne ha mai avute.
Sono un regalo di sua nonna Agnese – per la grande occasione – le scarpe del nonno, che ormai erano servite solo per fare bella figura al funerale – quello del nonno appunto – ed era davvero un peccato chiuderle lì dentro con lui, così.
Parole di nonna Agnese.
Ma Saverio non ci pensa alla provenienza delle scarpe, o forse ci pensa fin troppo sentendosi così teso e strozzato dalla cravatta bordeaux che gli ricorda solo la sensazione di un cappio al collo, quella sensazione – ormai sua amica – di ammazza respiro sul nascere.
E, sempre impalato di fronte allo specchio ormai da parecchio tempo, fa le prove per impacchettare bene la sua nuova vita, o almeno quella che da lì a poco potrebbe diventarlo.

– Piacere, mi chiamo Saverio... le posso rubare solo due minuti?

– No, no, no... rubare no. Ho già rubato tanto, pure i minuti no!

E allora ricomincia Saverio, ricomincia ma senza guardarsi più allo specchio.
Effettivamente è stato bravo in tutto, pure a rubare, ma ora deve imparare a mentire… perché neanche lui lo ruberebbe mai un articolo del genere, figuriamoci se lo comprerebbe!

Il nodo della cravatta non ne vuole sapere di stare dritto, mentre Saverio ride pensando all’effetto che potrebbe fare al capo del personale impettito se si togliesse quel laccio; ma quello che invece a sorpresa gli fa più effetto è immaginarsi le espressioni stupite sul viso delle persone che lo conoscono se dovessero incontrarlo vestito in quel modo.
Sì, questo sì che gli fa più effetto.
Gli basta anche solo un pensiero: sua nonna Agnese che si fa il segno della croce simulando uno svenimento e invocando la sua Madonna personale affinché non le porti via il suo unico nipote – perché a casa di nonna Agnese di persone vestite così, vive, non ne sono mai entrate – e finirebbe la sua interminabile preghiera con:

– Ti prego non me lo portare via… in fondo è un bravo ragazzo, solo un po’ scapestrato!

Il nodo più volte accarezzato ha trovato anch’esso il suo posto nel mondo, più o meno comodo.

L’orologio dell’angolo cottura segna le sette e quaranta, quello della sua camera le sette e cinquantacinque.
Da una veloce e approssimativa media matematica Saverio decide che è ora d’incamminarsi, ma non prima di passarsi ancora una volta un dito sulla cicatrice mal cucita che gli decora la guancia sinistra, prendere la sua valigetta di finta pelle vuota, chiudersi alle spalle una porta mal assemblata e cigolante e constatare in un attimo la verità di un detto popolare a cui, fino a quel momento, non aveva mai creduto:

«l'imprevisto è sempre dietro l'angolo!»

Forse perché lui, fino a stamattina, aveva sempre trovato di tutto dietro ad un angolo: cose utili, cose inutili, cose piacevoli e anche spiacevoli, davvero di tutto.
Addirittura Evelina – riconosciuta come sua simile al primo istante per via di quel suo sguardo indebolito e reso opaco dalla vita – l’aveva trovata dietro ad un angolo!
Ma un imprevisto mai.

Infatti quel pomeriggio di tre anni prima se lo ricorda ancora chiaramente: splendeva il sole, appoggiava i suoi raggi sui sampietrini storti delle viuzze del centro e li appoggiava delicatamente anche sui capelli neri di Evelina.
Saverio, invece, appena la vide le poggiò una mano sul capo, giusto per aver modo di farle alzare gli occhi e poterle chiedere come stava, cos’era successo, se insomma c’era qualcosa che non andava… perché non era solito trovare una ragazza in lacrime nascosta dietro l’angolo di una via.
Da subito e per sempre: solo poche parole tra loro, anche quando non bastò più la mano e il tocco di Saverio per farle alzare di nuovo il capo.
Evelina: come ciò che nella vita di un uomo non potrà più ricapitare. Oppure potrà anche ricapitare ancora, ma sarà solo una brutta copia dell’originale… di lei che quando ha avuto la possibilità di vivere veramente, ha avuto poi paura di amare.

Ora però, ricordi a parte e mantenendo la calma, deve assolutamente risolvere in breve tempo questo imprevisto.
Si guarda un pò in giro.
Gira su se stesso.
Riprende a voltarsi fino a fermarsi di fronte alla porta chiusa del suo rifugio… che appartamento non si può certo definire, ma neanche monolocale.
Appoggia la valigetta in terra per tentare d’infilarsi in tasca sia l’imprevisto in questione che la paura che ha di rovinarsi il vestito, e poi si abbandona a una sensazione profonda di sconforto che lo invade quando la tasca del pantalone accenna a un crollo strutturale.

L’imprevisto lì non ci sta.

Occhio fulmineo che si posa sulla valigetta vuota, che dopotutto è completamente vuota e se già non ha senso vedere in giro Saverio G con una valigetta in mano e vestito in quel modo, ancora di più non lo avrebbe con una valigetta realmente vuota.

L’imprevisto è stato sistemato.

Un lungo percorso a piedi si svolge tra quelli che sembrano i saltelli di uno scolaretto contento – con tanto di movimenti aerei della valigetta – e passi da uomo da affari alternati ancora a salti per evitare grate e tombini – di cui Saverio ha il terrore – per poi riprendere la camminata controllata da manico di scopa incravattato.
Arriva in anticipo al luogo dell’appuntamento, al bar “da Camillo”.
All’ingresso il suo buongiorno si perde nella vastità di suoni e parole che s’intrecciano e si confondono, qualche sguardo ancora assonnato si posa per un attimo su di lui ma subito dopo torna a posarsi sul contenuto della tazzina o sul noioso interlocutore di una mattina ancora assopita.
Una rapida sistemata alla cravatta e Saverio si dirige con passo sicuro verso il responsabile del personale che nel suo giro visivo ha subito individuato, non è stato per niente difficile dopo le indicazioni ricevute: uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, giacca e cravatta sì, lo trova al bancone…dietro al bancone. Sì, ha capito bene… proprio dietro al bancone, perché è lui il proprietario del locale che ha affidato però in gestione ai figli.

– Buongiorno, il Signor (no capo del personale no)… Camillo Veron…

– Oh buongiorno! Via… mi chiami semplicemente Camillo, lei dev’essere Saverio giusto?

– Giusto…

– Prendiamo un caffè? Così intanto le presento il progetto e facciamo due chiacchiere…

Occupano un tavolino della sala interna del locale.
Saverio composto e ordinato sulla sedia, con la sua tazzina di caffè ben in vista e quell’ingombrante valigetta finalmente ai piedi, con il respiro praticamente inesistente e l’eco continuo e lontano dei battiti accelerati di un cuore che non gli sembra neanche il suo.

– Allora, Saverio Gxxxxxx… qualcuno le ha già illustrato il nostro progetto?

In lontananza una voce:

– Signor Gxxxxxx? Si sente bene?

– Scusi, come mi ha chiamato?

– Signor Gxxxxxx, Saverio Gxxxxxx, come sulla sua scheda… aspetti che la prendo un attimo eh, solo un secondo.
Sì, Saverio Gxxxxxx…
Ma dove va? Si sente bene?
Signor Gxxxxxx!

L’aria fresca del mattino gli fa recuperare un respiro mancato, levarsi poi la cravatta e sbottonarsi i primi bottoni della camicia gliene fa recuperare ancora un altro.

Una segretaria distratta che sbaglia un numero di telefono, nonna Agnese – ricevente della telefonata – che un nipote di nome Saverio che ha bisogno di un lavoro serio effettivamente ce l’ha, insieme poi all’età e a un udito non più eccellente che contribuiscono anch’essi alla nascita di un banalissimo errore di persona.

Camminata alla Saverio G nelle vie del centro.
Un sassolino, centrato e colpito di proposito, fa saltare la vernice sulla punta della scarpa di un uomo che procede a testa bassa, con le mani e una cravatta bordeaux nelle tasche dei pantaloni e una giacca mal piegata sotto il braccio.
Ha l’aria di un uomo stanco, di qualcuno appena uscito all’aria aperta dopo una giornata di duro lavoro, ma questo non è il suo caso.
Quindi potrebbe avere la tipica espressione di un uomo che il lavoro l’ha appena perso, ma com’è poi l’espressione tipica di chi perde il posto di lavoro?
Può darsi abbia allora solo lo sguardo di Saverio G, intento a seguire una linea retta immaginaria e con la sola preoccupazione di evitare passeggiatori solitari o branchi di turisti eccitati, che lo costringono a scendere e poi risalire ripetutamente sul marciapiede sempre più affollato.

Restano sempre oscure le ragioni che portano Saverio ogni giorno all’angolo di quella via, la stessa dove tre anni prima posò il suo sguardo su quella ragazza tremante in lacrime, come se per la prima volta lo avesse posato sulla vita, su quella vita che smise in quel momento di cibarsi ingorda di lui.

All’angolo di una via.
Un uomo a testa bassa, con le mani e una cravatta bordeaux nelle tasche dei pantaloni e una giacca mal piegata sotto il braccio, dondolante su gambe che seguono il ritmo di una melodia silenziosa.
Ha lo sguardo fisso su qualcosa, forse su quella stessa vita che ha ripreso a cibarsi avidamente di lui, così come ha fatto con Evelina

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Qui tutti conoscono Saverio G come l’uomo che gira con in tasca un sampietrino, secondo molti per portare sempre con sé un pezzo di quella via e tutto il suo significato, secondo altri per essere facilitato nella rottura di una finestra nel caso si dimentichi ancora da qualche parte – come ha fatto l’ultima volta dimenticandosi al bar la valigetta – il catenaccio del suo rifugio.

Qui tutti conoscono Saverio G, ma se non si è sicuri si tratti proprio di lui allora basterà chiedergli come sta, sì esattamente così… un semplice: come stai Saverio?
E lui risponderà sempre allo stesso modo:
qui non succede nulla, e dell’amore si sono perse le tracce…

mercoledì 25 novembre 2009

Urano è la prova del nove!

Lo credo sul serio... secondo me, analizzando i transiti di Urano attraverso le case, anche chi butta gli occhi indietro solo a sentire la parola astrologia potrebbe - con il proprio tema natale alla mano e con tanto di transiti inseriti nel grafico per individuare la posizione di Urano di transito in un determinato momento (tenete presente che il passaggio di Urano attraverso una casa dura all'incirca 7 anni, più o meno... secondo l’ampiezza della casa) - iniziare a farsi un'idea seria e non da rivista di che cos'è questa disciplina.
Utilizzando il famoso libro di Robert Hand, I Transiti, provo a fare questo viaggio con Urano nelle case del tema natale.
Innanzitutto chi è Urano, o cos'è?
Per la mia personale esperienza, posso dire che Urano è cambiamento, opportunità, spinta liberatoria senza che se ne possa molto discutere e in una determinata casa promuoverà o, meglio, evidenzierà quei cambiamenti che si rendono, a un certo punto, necessari e con i quali c'è poco da trattare o barattare.
Partendo dalla prima casa, provando a fare una breve carrellata, qui Urano di transito - secondo quanto sostiene anche Hand - si concentrerà sui rapporti con il mondo esterno che subiranno una revisione radicale. Anche gli altri ci vedranno in modo diverso, e questo specchiarci in noi stessi e negli altri in modo nuovo potrebbe risultare un'esperienza forte per chi ha paura dei cambiamenti. Hand scrive che il significato predominante di Urano in prima casa è la sete di libertà, che all'esterno può apparire solo come un periodo di ribellione senza senso.
Urano in seconda casa sposta invece l'attenzione sulla nostra situazione economica e materiale. A livello psicologico invece, significa cambiamenti nella nostra scala di valori.
In terza casa l'attenzione si sposterà sul nostro ambiente circostante e quella che consideriamo la normalità quotidiana, compresi i rapporti con amici, parenti, conoscenti, vicini di casa ecc...
Anche alcuni nostri schemi mentali potrebbero cambiare oppure le nostre modalità di comunicazione. Sempre secondo Hand Urano qui spazza via i vecchi schemi di pensiero.
In quarta casa (il mio attuale passaggio) Urano annuncia cambiamenti negli aspetti familiari e più personali, pone l'attenzione sulla casa e i rapporti con i genitori e gli altri familiari più stretti.
Udite udite... un effetto comune del transito è un improvviso cambiamento di ambiente o di residenza!
In quinta casa m'ispira molto di più... i cambiamenti, le opportunità e tutto quello che il pianeta simboleggia riguarderanno la sfera affettiva, i divertimenti, gli svaghi, il sesso e anche la creatività, ambito in cui - sembrerà a primo impatto strano - rientrano anche i figli.
È prospettato comunque come un periodo realmente eccitante.
In sesta casa l'attenzione è spostata sul lavoro, settore in cui sotto l'influsso del transito è possibile sentirsi troppo condizionati e poco liberi. Anche il corpo e la salute sono altri aspetti che con il transito potrebbero richiedere cure e attenzioni, poiché la sesta casa regge l'efficienza corporea e mentale assieme.
In settima casa, invece, potrebbero essere le relazioni considerate più stabili a venir messe alla prova da questa energia innovativa, ma è considerato difficile soprattutto per chi ha delle relazioni affettive che non vanno molto bene. Qui si legge Hand lapidario affermare che: solo i legami che sono solidi superano indenni le tempeste.
Urano di passaggio in ottava casa faccio io stessa fatica a comprenderlo, si legge sempre di schemi di vita vecchi ed obsoleti che saranno spazzati via per far posto a dei nuovi.
Anche questa casa, come la seconda, è collegata al denaro... in questo caso a quello altrui o che ci arriva attraverso fonti non nostre, ad esempio entrate del partner ma anche Hand pare andarci cauto abbozzando varie letture, tutte condivisibili essendo l'ottava casa un settore dai più ampi significati.
In nona casa mi piace come esordisce Hand: Urano è nemico delle vedute rigide del mondo, e questo dice molto circa i cambiamenti che riguarderanno sempre il modo di vedere la realtà, magari anche attraverso nuovi avvenimenti. Qui, per farla breve, bisogna essere disposti a cambiare idee, ad allargare le nostre vedute, una mentalità elastica è quanto di più costruttivo potrà esserci per vivere al meglio questo passaggio.
In decima casa Hand elenca diverse possibilità: un cambiamento nella vita professionale con nuove occasioni di lavoro, un cambio circa il nostro ruolo nella società, anche un contrasto con persone che rappresentano l'autorità... essendo questa la casa dove Saturno è il signore.
Urano in undicesima casa può stimolare molto le nostre aspettative, le nostre speranze. Questa casa è conosciuta anche come la casa dell'amicizia, dei progetti, delle attività collettive.
Urano in dodicesima casa non è semplice da individuare e descrivere, essendo questa casa molto inconscia e non facile da comprendere, almeno non ancora per me.
Hand parla di chiarimenti che si rendono necessari, di scheletri nell'armadio da affrontare, è in definitiva un confronto con il nostro Io segreto e inconscio che è il momento di risolvere.
Questa è una visione superficiale e appena abbozzata di che cos'è o potrebbe essere Urano di transito... non ci sono mai effetti solo negativi o solo positivi e quello che per qualcuno potrebbe essere avvertito come sconvolgente solo a sentirne parlare, per altri potrebbe essere la svolta della vita, un cambio positivo di direzione... per questo non è semplice racchiudere in schemi i possibili effetti di un transito, anche perché bisogna sempre tenere presente il punto di partenza del pianeta, gli aspetti che forma con gli altri elementi del tema natale e come la persona lo vive.
Spero che qualcuno proverà, anche solo per gioco, a cercare dove si trova Urano di transito nel tema natale per provare a testarne di persona le corrispondenze tra il settore della vita coinvolto e la realtà... aspetto anche integrazioni e pareri dagli esperti!

domenica 15 novembre 2009

La signora delle camelie di Alexandre Dumas (figlio).

Per chi guarda di sottecchi un classico…
La signora delle camelie di Dumas figlio (1824-1895) non tratta di argomenti così tanto lontani da noi, pur narrando di una storia svoltasi a Parigi intorno al 1844, quando lo stesso Dumas incontra colei che gli ispirerà questo libro, Marie Duplessis pseudonimo di Alphonsine Rose Plessis divenuta poi la contessa di Perrégaux, la sua amante.
L’inizio non è nulla di scoppiettante ma il ritmo narrativo andrà via via crescendo. Non si sospetta né s’intravede tra le parole iniziali il coinvolgimento dello stesso autore, coinvolgimento che poi invece trasborderà direttamente dalle pagine del libro procedendo con la lettura e causando un misto di sensazioni tra rabbia, strazio, patimento, fino a giungere a un finale emotivamente forte (ho pianto, uff...).
Resto anche delusa per l’iniziale scoperta del significato del nome dato a Marguerite Gautier, appunto la signora delle camelie. Mi sarebbe piaciuto leggere la rivelazione in seguito, ma Dumas pare non fare troppi sofistichismi letterari, visto l’incipit stesso, semplice ma di sicuro effetto e presa sul lettore:
Secondo me, non si possono creare personaggi se non dopo aver studiato a lungo gli uomini, così come non si può parlare una lingua straniera se non la si è imparata molto bene.
Non ho ancora l'età in cui s'inventa, quindi mi accontenterò di raccontare.
Esorto il lettore a credere alla veridicità di questa storia, di cui tutti i personaggi, ad eccezione della protagonista, sono ancora in vita.

Ci si trova di fronte a un altro personaggio femminile straordinario... vivo, reale, accattivante e coinvolgente nel suo essere quasi incompatibile, a tratti debole, indifeso e a tratti forte, carismatico ed estremamente reale.
La contraddittorietà del personaggio la si può anche leggere nelle diverse reazioni che il libro suscitò a suo tempo:
sdegno dei benpensanti per il tema trattato, poiché denunciava anche un modo di pensare puntando il dito contro l'ipocrisia del ceto borghese e commozione presso migliaia e migliaia di lettori in tutto il mondo.
Anche questo libro racconta di una storia d'amore (ultimamente ahimè ci ricado spesso!) meravigliosa, triste che si mostra fin dall'inizio con un cappio intorno al collo, ma bella perché vera per un libro che non ha certo età così come purtroppo i tanti e tanti pregiudizi.
I dialoghi poi sono eccelsi e l’analisi psicologica dei personaggi incredibile per uno scrittore apparentemente così lontano da noi, in grado di delineare perfettamente il contrasto esistente tra un amore vero e le piccole regole borghesi di quel tempo. Solo di quel tempo?
Decreto il personale successo di un libro quando i personaggi, ottocenteschi e in costume, mi seguono nel mio quotidiano, mentre mi trovo a fare la spesa al supermercato e sono indecisa se prendere lo yogurt ai mirtilli o quello alle ciliegie e mi vedo accanto Marguerite Gautier… mi domando cosa mi attende nelle pagine successive, cosa sta pensando e quale sarà la sua prossima mossa o lo svolgimento successivo dell’intera storia. Oppure quando faccio le due di notte per continuare a leggere pur sapendo che la sveglia alle 7 come sempre suonerà, o anche quando una volta finito continuo a ricordarmi dei personaggi, e questi vi assicuro che difficilmente ve li dimenticherete talmente sono intensi, perfettamente delineati e veri... quasi da vederseli di fronte mentre si legge di loro.
Per concludere, questo libro credo valga la pena di essere letto per l'emozione persistente che regala pagina dopo pagina e per la forte sensazione di essere a nostra volta coinvolti nella trama.
Giuseppe Verdi poi ne ha fatta una famosa trasposizione in musica, La Traviata.
Affascinata dall’epoca del Voi, questo romanzo al momento lo sento come uno dei libri più belli tra quelli da me finora letti, che non sono proprio pochi!

domenica 8 novembre 2009

Una foto mai scattata...

M’incantano i lacci.
È per questo motivo che, proprio oggi, ho una maglia color del cielo piena di laccetti che si attorcigliano tra loro, come i miei rivoltosi capelli…
I lacci racchiudono, stringono, definiscono contorni appena tracciati… i lacci sono (come) legami.
Non capita a tutti di sedersi sopra una panchina a Villa Borghese. Capita a molti, certo… ma non a tutti.
A me capita oggi.
Mentre realizzo ciò, si stacca e prende a volteggiare in aria il fiore violetto di una pianta di capperi.
Non ci sono piante di capperi a Villa Borghese? Può darsi… eppure mi piacerebbe ce ne fosse almeno una.
E proprio ora – mentre socchiude gli occhi per via del sole – vorrei abbracciarla, quella ragazza che sono in questo momento.
Forse per regalarle il conforto che lo sguardo di chi le è seduto accanto le nega, e per aiutarla a custodire questo prezioso frammento in un ricordo.
Scende velocemente, più di corsa e sbadata del solito, la sera.
Mescolandosi con la sua stessa ombra riflessa sull’erba,
lo vedo allontanarsi.
Con lo zaino in spalla
e una mano che leggera s’alza,
a fatica,
un passo stanco segue l’altro.

domenica 1 novembre 2009

Arrivederci Alda!

Grazie
perché attraverso i tuoi versi
tanti anni fa
mi sono avvicinata alla poesia,
ti saluto abbracciandoti col cuore
con le tue stesse parole:

Ci fu un giudice un tempo che assiso in un
antro buio decise che la primavera andava sepolta.
La primavera stordita e ansiosa di
lunga luce guardò al giudice incredula senza
capire nulla.
Così io guardo a te che giudichi i miei
versi ansioso di capire senza capire nulla.

Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano
le loro radici, e tu non crederesti mai
che di notte gli alberi camminano o diventano sogni.
Pensa che in un albero c'è un violino d'amore.
Pensa che un albero canta e ride.
Pensa che un albero sta in un crepaccio
e poi diventa vita.
Te l'ho già detto:
i poeti non si redimono,
vanno lasciati volare tra gli alberi
come usignoli pronti a morire.

da L'anima innamorata di Alda Merini

Sono una piccola ape furibonda.

Chi sarà sempre Alda Merini...

sabato 31 ottobre 2009

Plutone in Scorpione e gli adolescenti di oggi.

Riporto una riflessione fatta a suo tempo, ritornata alla mente dopo i tanti fatti di cronaca di questo periodo: gli adolescenti di oggi, la loro presunta libertà, la loro precocità e appunto i tantissimi fatti di cronaca sui loro sempre presunti (oppure no) istinti di ribellione e di libertà sessuale.
Ci sono pianeti – quelli transaturniani (Nettuno, Urano e Plutone) – che individuano un’intera generazione influenzando sul piano collettivo le persone nate in un arco temporale preciso.
Ora, Plutone nel segno dello Scorpione è nel suo domicilio. Come abbiamo visto, il fatto di essere per un pianeta nel proprio domicilio significa esprimere le caratteristiche sia positive che negative con maggior potenza, e forza. Significa esprimere nel bene e nel male le caratteristiche del segno occupato, nel caso Scorpione, secondo le modalità del pianeta, nel caso Plutone.
Indicativamente, i nati tra il 1984 e il 1995 sono nati con la posizione di Plutone nel segno dello Scorpione, quindi nel suo domicilio.
Cosa significa avere Plutone nello Scorpione?
Lo Scorpione è un segno profondo, che vive di pulsioni potenti e forti, compresa la sessualità, vive d’istinti e ricerca la massima intensità in ogni esperienza. È il segno per eccellenza della distruzione e della rinascita. È un segno affine per certi versi alla trasgressione e agli aspetti più profondi della vita.
Plutone è il pianeta che più di tutti indica il potere personale, la voglia di potere… avere una dominante plutoniana (un Plutone importante nel proprio tema di nascita per posizione occupata ed aspetti con gli altri pianeti) significa avere una forte carica carismatica e un intenso magnetismo, nonché una forza manipolatrice intensa che non è detto venga usata in senso negativo… ma questi lati non saranno vissuti da tutti gli individui allo stesso modo e in chiave positiva. Così alcuni vivranno queste pulsioni come abusi, e con un continuo fremito a sfidare il mondo intero.
Gli adolescenti di oggi hanno tutte queste cose nella loro generazione, sono cioè presenti in loro a livello collettivo.
Ovviamente, questa forza, questo potere, che è anche grande forza interiore, non saranno vissuti da tutti gli adolescenti di oggi allo stesso modo… per questo dipenderà dagli aspetti che il Plutone di nascita in Scorpione formerà con tutti gli altri pianeti di nascita, ma è una forza presente in tutta questa generazione.
Questa posizione di Plutone però spiegherebbe, in chiave astrologica, il perché di questa precoce disinvoltura nei confronti del sesso e delle tematiche ad esso ricollegabili, impensabile per le generazioni passate, non a questi livelli almeno… come se alla base ci fosse un’idea d’immagine improntata alla provocazione continua, di se stessi e degli altri.

sabato 24 ottobre 2009

Fiori d'artificio di Ugo Capezzali (Smoje)

Questa è la prima volta che scrivo di un libro senza averlo ancora letto, vado sul sicuro!, perché di Ugo ho letto diverse poesie, alcune forse contenute anche nel suo libro, e ho letto sempre Poesia, per questo lo segnalo... e poi perché per molti potrebbe essere il modo per raddrizzare un anno fatto di acquisti così così.


Ugo Capezzali è nato a L’Aquila nel 1973.
È laureato in ingegneria ambientale.
Fiori d’artificio è la sua seconda raccolta.
Con l’opera prima Nient’altro che vento ha ottenuto numerosi riconoscimenti nazionali tra cui il primo premio nei concorsi: "Laudomia Bonanni" (2004)
"Hombres" (2004)
"Peltuinum" (2005)
"Il sabato del villaggio" (2006)
"Gennaro Sparagna" (2007).
È attore presso la compagnia teatrale "Il piccolo resto".
Collabora con alcune compagnie di teatro come attore, regista ed autore, e con alcuni gruppi musicali per la realizzazione di testi.

Lascio la parola direttamente a Ugo, riportando un'intervista realizzata tra amici:

5 domande:

1. Quando hai iniziato a scrivere?
Beh prestissimo, mi pare che le prime "aste" risalgano alla scuola materna... se ti riferisci alla poesia, ho cominciato a deturpare fogli (e a nasconderli nel cassetto) verso i 18 anni. Soltanto una decina d'anni dopo (si vede che non reggevo più l'alcool) tra mille dubbi, ripensamenti e motozappe, ho cominciato a farle vedere a qualcuno. Ho iniziato con gli amici, qualche donzella su cui fare beceramente colpo, e poi un conoscente, proprietario di una casa editrice, mi ha detto "dai, pubblicale, vanno in giro tante di quelle schifezze spacciate per poesia, che...una più una meno..."

2. Perchè non hai smesso?
Perchè gli aquilani sono testardi, perchè conto di migliorare, perchè sono estremamente vanesio ed ugocentrico, perchè credo in ciò che faccio, perchè molte poesie che leggo non mi piacciono, perchè uso sostanze stupefacenti, ma... aspetta, è tua questa macchina qui sotto? Ho casualmente un cacciavite in mano...

3. Cosa non c'è nel tuo libro che avrebbe potuto esserci ma che hai scelto non ci sia?
Qualsiasi riferimento al terremoto (qui ora si sono moltiplicati libri sul sisma, di tutte le salse, anche da parte di "autori" che lo hanno sentito solo di striscio, con il velatissimo intento di vendere qualche copia in più. Non volevo farne parte, anche se all'editore non avrebbe fatto schifo).

4. Cosa c'è nel tuo libro che avrebbe potuto non esserci ma che hai scelto che ci sia?
Riferimenti a precedenti donzelle, neanche troppo velati... la Smoja non è contentissima...

5. Cosa non hai scelto scrivendo finora e cosa scriverai adesso?
Eh???? Scusi sig. mollica, ma pure lei mica scherza, in quanto a sostanze proibite... comunque, finora non ho scritto nessun romanzo, anzi la prosa in genere non la tratto molto (se non qualche scritto umoristico/satirico e qualche breve racconto qua e là), ma ora che mi ci fa pensare, credo che mi impegnerò a migliorare qualche opera decisamente sopravvalutata (ho già messo mano ai "Fratelli kakakazzov", "l'insostenibile leggerezza dell'etere", "i prolissi sposi" e "se una fotte d'inverno un calciatore").

Spero di essere stato chiaro e di aver risposto correttamente alle sue domande. Resto disponibile per qualsiasi ulteriore chiarimento e spero di essere di nuovo ospite in questa bellissima trasmissione. Ora mi scusi ma devo andare a "porta a porta". No, non da vespa, è che per vendere qualche copia mi tocca bussare casa per casa.

Ugo, un sincerissimo in bocca al lupo o a chi altro ti pare, ma che funzioni!

domenica 18 ottobre 2009

Vite passate, amori presenti di Jeanne Avery

«Aridaje!», direte voi...

È vero, ma volevo almeno leggere qualcos'altro sullo stesso argomento di Weiss prima d'iniziare ad abbozzare un'idea personale a riguardo.

La suggestiva copertina di questo libro poi ha fatto il resto!

Anche Jeanne Avery tiene in America sedute di regressione e anche lei racconta in modo scorrevole, chiaro e comunque piacevole di quello che di più importante è emerso durante le sedute con alcuni dei suoi pazienti.

È l'insieme però in questo caso a colpire, attrarre oppure no, perché - al contrario di Weiss - la Avery ha dato vita a un testo che appare meno romanzato e non si focalizza solo su una storia ma ne segue invece diverse secondo la tematica trattata:

* amore eterno: di nuovo insieme;

* separazioni nel passato: frustrazioni nel presente;

* violenza nel passato: paura e repressione nel presente;

* gelosia e passione nel passato: separazione nel presente;

* debiti o obblighi nel passato: situazione finanziaria nel presente;

* abusi nel passato: problemi sessuali nel presente;

* tradimento nel passato: antagonismo nel presente.

Personalmente ho trovato questa lettura interessante ed arricchente, e una valida alternativa a Weiss.

Anche in Vite passate, amori presenti alcuni dei racconti che emergono fanno parte di un passato storico d'eccellenza e denso di avvenimenti, in più di un caso la regressione portava il paziente nel bel mezzo della rivoluzione francese con tanto di ghigliottinati, oppure nel pieno svolgimento di quelli che erano i più sfarzosi balli e ricevimenti alla corte del Re Luigi e di Maria Antonietta.

Se da una parte questa casualità di eventi e di personaggi emersi, più o meno famosi, fa sorgere non pochi dubbi, dall'altra, trovandomi al posto della Avery e volendo scrivere un libro, credo sceglierei anch'io ovviamente le storie e le vicende più attraenti e quelle capaci d'incuriosire di più il lettore.

Il dubbio comunque resta...

Nonostante ciò come lettura fa riflettere, e proprio sui rapporti attuali, sulle difficoltà che s'incontrano e sulle tematiche sempre ricorrenti in cui è possibile incappare, ricadendo spesso nello stesso modello di relazione, anche attraverso un ciclo che si presenta di volta in volta sotto forma di persone e periodi storici differenti.

Offre anche interessanti strumenti di autoanalisi sui rapporti problematici - e non - in essere di qualunque tipo, non necessariamente d'amore, che, se non porteranno mai a una soluzione, perlomeno riusciranno a innescare un meccanismo importante di meditazione a riguardo.

Se di Weiss ne ho consigliato comunque la lettura... lo stesso faccio per questo libro della Avery, perché penso sia più discreto, meno appariscente nella narrazione e ricostruzione degli eventi, una lettura poi più vasta che affronta diverse tematiche inerenti le difficoltà attuali e le possibili modalità di risoluzione.

Anche in questo libro vi è il suggerimento all'autoregressione, ma il tutto è descritto più come tecnica di meditazione che altro... quindi dal mio punto di vista è un approccio molto soft a tecniche che, ripeto, andrebbero comunque svolte tramite persone competenti.
Per concludere, non credo di essere arrivata a una conclusione! Non ancora... ma, come scriveva Pessoa, forse «La vita e' un viaggio sperimentale fatto involontariamente».

domenica 11 ottobre 2009

A testa in giù!

Piove.
In piedi.
Mani e pensieri nelle tasche posteriori dei jeans, che sono più comodo.
Occhi che guardano fuori, attraverso una finestra gocciolante, piovere.

Vorrei rimettermi ogni tanto a testa in giù, e ritornare ad essere comodo.
Infilarmi a letto e riuscire a dormire ancora in ginocchio, con la faccia affondata nel cuscino. E dormire bene, senza pensare né al passato – che cos’era? – né al presente – che cos’è? – né al futuro – che sarà? – e senza aver paura di soffocare.
Vorrei passare ore in piedi su una piccola sedia di plastica blu. Di quelle che se le tiri contro un muro… non si rompe la sedia, e non si rompe il muro. Si macchia solo un po’, il muro… ma quanto sarebbe bello vedere ancora quelle strisce appena appena accennate su quel bianco adulto, preciso e trattenuto!
Quanto mi piacerebbe, in piedi su quella sedia blu, seguire col mio dito una goccia, nella sua disperata corsa, pioggia… solo pioggia che bagnava, e non capivo come.
Ma era puro stupore vedere l’acqua scendere da chissà che posto, e finire in terra – così! – senza senso e senza motivo.
Scivolava un mio piede e cadevo sbadato dalla sedia, e piangevo… e allora credevo nascesse da lì la pioggia, una mia lacrima era pur sempre uguale a una qualsiasi goccia su quel vetro, no?
«Diamo un bacino e tutto passa!», e perché passava davvero?
E, invece, ora che so che le lacrime sono diverse – facilmente confondibili, ma diverse – dalle gocce di pioggia, perché non passa più?
E non torna neanche lo stupore…
Era troppo facile convincermi allora, quand’ero piccolo… oppure è troppo difficile adesso, che sono un uomo?

Piove.
Un borsone ancora aperto
sulla parete solo un raggio colorato della sua tela
non di quello che contiene.

Vorrei non dover più trovare per forza una spiegazione a tutto, vorrei tornare indietro per perdermi contento in un riflesso di qualcosa che non capivo, ancora.
Non era come adesso.
Ora che tutto ha un nome, ora che ogni oggetto è classificato sia per la sua funzione che per altro, allora era tutto da scoprire, e ora?
«Lele, cos’hai mangiato oggi? »
«Pi!», la mia risposta fino ai due anni e mezzo a quella che era diventata un tormento di domanda… perché facevo ridere, perché era impossibile che, per quanto mi piacesse (cosa?), io mangiassi in continuazione sempre Pi; colazione, pranzo, cena, biberon finale pieno di latte, che allora (non) era Pi.

Piove.
Mani e pensieri nelle tasche anteriori dei jeans,
con le mani tenute a lungo nelle tasche dietro
mi sento attraversare da un esercito di formiche.

Ormai so già che cosa sono, le formiche… non posso più metterne in bocca una per scoprire qualcosa in più.
Non funzionerebbe.
Se sono diventato un uomo è sicuramente grazie a qualcuno, a molti.
Se voglio ritornare bambino, devo per forza impegnarmi da solo.
Chiudo il borsone e mi metto le scarpe da ginnastica, senza lacci… che si cammina bene lo stesso, anche non allacciandole, perché potrei anche non saperle allacciare.
E, allora, che farei?
Non camminerei più?
Un giro veloce con la chiave che poi m’infilo nella tasca posteriore, che tanto a un pezzo di ferro non arrivano le formiche a far cambiare posizione, più che altro non darebbero fastidio.
Mi fermo un attimo davanti alla finestra e con un dito assorbo piccole gocce d’acqua sul vetro, quello che non potevo fare restando all’interno.
Due linee verticali, e due orizzontali… senza neanche pensarci, mi ritrovo a giocare sui vetri bagnati di pioggia a tris, da solo… parto dalla casella in alto a sinistra con una X, blocco subito la prima mossa in orizzontale con una O, vado avanti finché, arrivato alla fine, scopro che non ha vinto lo stesso nessuno – meglio così! – e che continuo a considerarlo un gioco senza senso.
Sempre con il borsone in spalla prendo a scendere le scale di corsa, che tanto le stringhe non si possono slacciare, e io non posso cadere.
Parto e lascio tutto, alla ricerca di un po’ di stupore. No… non è semplice stupirsi, non lo è più.
Io per stupore intendo quello che nasce ancora dai bambini, quello che parte prima dai loro occhi e poi, se una cosa è bella, si dilata in un sorriso… se una cosa è brutta, beh! Termina in lacrime.
Ma sempre stupore è.
Me ne vado solo un po’ in giro, ho bisogno di fare qualche prova, giusto per vedere se faccio ancora in tempo, visto che ho una trentina d’anni (sì, più o meno… un anno in più o in meno che cambia?) a tornare un po’ bambino, magari riuscirò ancora a stupirmi per qualcosa, e la pioggia mi farà ancora effetto.
Ma è difficile.
Perché quand’ero piccolo guardavo il mondo a testa in giù.
In piedi, mani in terra, e me ne stavo lì... a testa in giù.
E tutto era più bello.

lunedì 5 ottobre 2009

Diffidate del frigo di un single o -meglio- del suo contenuto!

«Il mondo si muove
se noi ci muoviamo,
si fa nuovo se qualcuno
si fa nuova creatura.»
Primo Mazzolari


Capitava esattamente oggi, un anno fa.
Era domenica, quando entravo esausta in punta di piedi a casa mia... come se stessi violando chissà che privacy, come se stessi commettendo chissà che reato o disturbando qualcosa o qualcuno e sentendomi molto a disagio, spaesata e confusa.
E solo il venerdì appena prima mi erano arrivati i mobili, puliti e ripuliti insieme a tutta casa il giorno dopo e il giorno stesso del trasloco (che la consegna e il montaggio dei mobili, da brava fortunella, è avvenuto sotto un acquazzone storico!).
Circa un anno prima del progetto, in un forum di astrologia me l'avevano detto:
cambierai ambiente o casa o comunque residenza, o da sola o con qualcuno.
Capirete il mio scetticismo non vedendo all'orizzonte nessun spiraglio possibile in tal senso, né da sola né tantomeno in coppia.
Allora mi misi in testa che, non avendo appunto nulla in corso, sarei stata buttata letteralmente fuori di casa... ovviamente insieme al mio micio!
A una certa età, ahah faccio la vecchietta!, si sente il peso della costrizione in modo sempre maggiore, anche solo riguardo agli orari di cena ecc... ma quando le possibilità esterne ed economiche non permettono un passo del genere si cerca di convivere nonostante tutto nel migliore dei modi.
Invece a febbraio dello scorso anno la svolta improvvisa, inattesa e la ristrutturazione, iniziata con l'aiuto dei miei subito a marzo, di quella che ora è casa mia a tutti gli effetti.
Un cambiamento fulmineo, veloce, rapido, senza intoppi e che ho seguito dall'inizio alla fine nei minimi particolari... anche, ahimé, quelli burocratici; bello sì poter e dover scegliere ogni più piccola cosa o dettaglio presenti ma estremamente stancante e difatti, guardandomi indietro, ancora adesso mi chiedo dove io abbia trovato quella forza o dove essa abbia trovato me, continuando sempre a svolgere il mio lavoro e vivendo comunque la mia vita, neanche molto facile in quel periodo, e non avendo poi alcun supporto per la fase decisionale.
Anche nei momenti d'indecisione relativi a qualche aspetto di casa o, peggio ancora, tecnico le persone a me vicine mi dicevano solo: devi scegliere e decidere tu, sei tu poi che ci vivrai o, ancora, deve piacere a te.
E allora vai con il bagno lilla, che non m'ha fatto dormire per un sacco di notti al pensiero di come sarebbe stato, se troppo acceso e vistoso oppure no.
Insomma, si passa dalla scelta del rivestimento del pavimento a quella in seguito delle lampadine da usare per l'illuminazione, dagli infissi al colore della maniglia degli stessi... scelta che in questo progetto è passata alla storia come la mia peggior figuraccia, visto che non capivo che diavolo dovessi ancora scegliere avendo deciso il colore degli infissi e il tipo di serramenti ecc... ma il tizio vedendomi stranita invece insisteva: mi dici per favore di che colore vuoi le maniglie e i tondini di appoggio?! Oddio, anche i tondini d'appoggio? Fino a quel momento ne ignoravo del tutto l'esistenza...
Ho progettato l'ingresso di casa, che non volevo aprire la porta e trovarmi catapultata nel soggiorno senza un minimo disimpegno, e neanche il muratore mi è stato granché di aiuto che vabbè l'indipendenza... ma un minino di collaborazione o consiglio!
La corsa poi verso l'autonomia è stata ancora più accelerata e forzata a seguito di problemi familiari, che richiedevano che io lasciassi la mia camera - occupata dalla nascita fino a quel momento - per far posto ad un'altra persona. Dovevo insomma proprio andarmene via e farlo anche in tutta fretta e, ora, dico per fortuna che il progetto perlomeno era precedente, era già avviato e l'evento successivo invece del tutto casuale.
Confesso che mi sono sentita quasi buttata fuori casa, ricordo ancora quando di ritorno dal lavoro trovai il mio pc in cortile in attesa di entrare a casa mia, ma pare che Urano all'IC significhi - tra le tante cose - anche questo: una corsa frenetica verso il cambiamento, che piaccia oppure no.
I primi mesi non sono stati facili; mi sentivo proprio spaesata, nonostante fossi circondata interamente da cose da me scelte, desiderate e volute... guardavo la cucina e vedevo un buco al posto del frigo, un problema in fase di ordine ci spiace, e un altro al posto della lavastoviglie che neanche volevo e avrò usato una volta, è un regalo non perda questa occasione!, il forno non era collegato, lo facciamo quando veniamo a consegnarle il resto!, entravo in camera da letto e l'armadio era lungo lungo in terra tutto diviso in ante e pezzi di ogni tipo, lo montiamo la prossima volta!, mi rifugiavo così in quella che nell'altra casa era stata fino al giorno del trasloco camera mia e che per fortuna mi ero decisa a portare dietro; credo sia stata in quel momento la mia salvezza... visto che da lì guardavo l'accumulo di scatoloni, tra cose nuove e vecchie e tutto il resto da sistemare o a cui trovare un posto in quel nuovo ambiente.
Dal giorno del mio traslochino è passato esattamente un anno, che ricordo ora positivamente e soprattutto che mi vede convinta di questo:
non riuscirei più a tornare indietro!,
*anche quando apro il frigo e c'è qualcosa che mi guarda male, anzi malissimo
*anche quando all'una di notte mi trovo a stendere i panni fuori
*anche quando al posto della cipolla trovo una rampicante sotto il lavello
*anche quando resto sempre quel minuto titubante di fronte ad un ragno circa il da farsi, e lui idem come se ci conoscessimo, in altre parole se chiamare la forestale o arrangiarmi da sola implorando la sua collaborazione... che dico io, con tutti gli animali esistenti perché sempre e solo il ragno e la scutigera coleoptrata (andatela a vedere cliccando qui sul nome perché merita, è carinissima!) mi ritrovo in casa con tanto di zanzariere ovunque e pulizie sempre accurate? (ho Venere in 4a casa e Sole in 6a!)
*anche quando a volte la solitudine l'avverto eccome
*anche quando c'è la frenesia o il bisogno di dire qualcosa a qualcuno, che non c'è...
Da brava Toro i cambiamenti li temo, non li ricerco certo e faccio fatica, molta, a elaborarli e accettarli per viverli nel migliore dei modi... anche per apprezzare quest'ennesimo cambiamento ho impiegato molto tempo.
Solo da qualche mese credo di vivere appieno casa mia in ogni suo aspetto e come voglio, e con tutto quello che voglio.
Da ragazzina dicevo spesso che la mia casa ideale doveva avere un giardinetto solo per poterci piantare un salice piangente, un bel camino e una sedia a dondolo.
Non ho il giardino ma ho tante piante... in casa (lo so, quelle bestiole da qualche parte dovranno pur arrivare!), sul balcone e sulla finestra che guarda la strada (del resto mi sono sempre piaciute), non ho un camino (sarei dovuta uscire io!) ma ho una sedia a dondolo arrivata da pochi giorni che adoro, auto-regalo per questa prima ricorrenza.
Se vogliamo ho preso anche abitudini nuove e alcune non proprio carine... tipo il guardare le scadenze dei cibi ovunque mi trovi, una sera l'ho fatto anche a casa di un'amica di fronte ad un formaggino e ho imparato anche tanto altro sulla mia pelle... come diffidare del secchiello dell'organico per la raccolta differenziata che pare sì piccolo, grazioso e innocente ma in realtà è una bomba olfattiva che può uccidere, oppure che le scadenze indicate sui cibi tante volte sono solo indicative davvero, odiando io gli sprechi e il buttar via.
Gli inconvenienti ci sono ancora, come aprire il frigo e sentire la mia voce che fa un eco lontano mentre un qualcosa di non ben definito, sistemato in solitaria sullo scaffale, mi guarda di traverso, ma è anche vero che se il frigo non è spesso di aiuto, la dispensa tante volte sì!
Ad ogni modo il bilancio è veramente positivo, ma attenti anche voi soprattutto al frigorifero di un single, chiedete poi sempre se potete aprire il secchiello dell'umido, poiché non è dato sapere da quanto tempo il contenuto si trova lì, e guardatevi le spalle dalla scutigera coleoptrata e anche dai prezzi degli alimenti per i single, ne va della vostra vita!

Visto che ormai il post è definibile come casalingo a tutti gli effetti, queste sono le mie pianticelle:

una simpaticissima violetta insieme a tante altre in un vaso che ho sul balcone, una composizione con calluna, evonimo e skimmia e l'ederina appesa



ancora violette nella fioriera della finestra e il sedum

un ciclamino che spero di aver salvato, visto che preso al supermercato era zuppo d'acqua, e ancora sedum sulle scale del balcone... il vaso che s'intravede a fianco è vuoto perché pieno di bulbi di tulipani che faranno capolino, spero, in primavera.

Urano resta all'incirca sette anni in una casa e se, appena sulla cuspide, ha agevolato, promosso o come si vuole dire tutto ciò (anche se sicuramente il tutto è partito anche da dentro) non credo certo che i cambiamenti circa l'assetto familiare e abitativo finiranno qua!